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Il giudice Gaspare Porchia (1912 - 2000)

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Il giudice Gaspare Porchia

di Felice Manfredi

Nato a Sambiase il 9 settembre 1912, frequentò il Liceo Galluppi di Catanzaro e conseguì la laurea presso l'Università di Napoli il 14 luglio 1938. Primogenito, orfano di padre, la madre avrebbe voluto che si occupasse della gestione delle proprietà di famiglia. Ma la sua particolare versatilità negli studi fece sì che i suoi insegnanti insistessero perché Egli proseguisse negli stessi.

Entrò in Magistratura nel 1941 e, da allora, non volle abbandonare le sedi in cui prestò servizio (Tribunale di Nicastro - Corte d'Appello di Catanzaro) anche quando le promozioni gli avrebbero potuto suggerire idonei trasferimenti: lo fece per restare vicino alla famiglia e, quando lasciò la Magistratura (era Presidente di sezione presso la Corte d'Appello) lo fece con il grado di Presidente di sezione, della Corte di Cassazione. Carattere bonario e comprensivo, era solito affinare la sua cultura anche sotto il profilo letterario. Usava intrattenersi, a chiusura della sua giornata lavorativa, nella piazza Fiorentino della Città: era, essa, il cuore pulsante di Sambiase, dove convenivano le varie culture (sociali, agrarie, professionali), ciascuna delle quali, con i rispettivi rappresentanti, aveva un punto di ritrovo che era sempre il solito e che era vivificato dal tono della conversazione di ognuno. A guardarla si aveva la precisa sensazione di trovarsi nel salotto buono della città, tanto che un nostro poeta dialettale, Salvatore Borelli, ha potuto ben immortalarla con versi sentitissimi e caldi, dando quasi la sensazione, ad ogni sambiasino che vi si fermi, di sentir parlare la statua protettrice di San Francesco, eretta abinitio sulla piazza. Lo stesso Borelli, in una sua diversa poesia, ha ricordato la figura del Presidente Porchia - come tutti lo chiamavamo - e che era quasi una figura istituzionale di Sambiase.

Sentiva e nutriva un profondo rispetto per la professione forense e, quando si congedò, raccolse il più meritato riguardo da parte di tutto il Foro (Nicastro e Catanzaro) che aveva avuto rapporti con Lui. Amici, parenti ed estimatori, quando andò in pensione, gli si rivolgevano per illuminati pareri: li dava senza lesinarli, ma pretendeva che fossero interpellati i legali ed era lieto quando costoro fornivano dei pareri che combaciavano con i suoi. Ricordo di una volta che venne nel mio studio per uno scambio di idee circa una questione che riguardava un suo familiare: fui colpito dal senso di profondo riguardo per l'avvocatura e dall'accettazione con cui accolse il parere che si identificava, del resto, perfettamente con il suo; non aveva, voglio dire, albagia di sorta. È da augurarci che i giovani magistrati di oggi apprendano da Lui e da esempi come il Suo quanto di meglio in umiltà, saggezza, altruismo, sacrificio, che questa nobile professione può dare.

Quando entrò in vigore il nuovo codice di procedura penale, era da qualche anno in pensione. Discutendone, fummo d'accordo nel preventivare i guasti cui avrebbe dato luogo le dilacerazioni programmatiche cui avrebbero portato gli ultra quotidiani aggiustamenti ed i continui dissidi. La morte, improvvisamente lo ha colto il 31 gennaio 2000. Giovanni Renda, incaricato dal Consiglio forense lametino, disse di lui, sulla Sua bara, con empito ed orgoglio di amico e cuore di sambiasino.


Nb: L’articolo è tratto dalla rivista d’altri tempi “Storicitta” (direttore ed editore Massimo Iannicelli) pag.18/19, anno IX n°87 maggio 2000, Stampasud Lamezia Terme. E' severamente vietata la riproduzione salvo autorizzazione: email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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