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Fede e giustizia: profondo e complesso dialogo

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dendrius

di Filippo D'Andrea

Sollecitato da amici intellettuali cattolici e non, intendo partecipare al dibattito, come teologo laico, sulla questione perdono e mafia. Gli interventi apparsi sulle colonne de “Il Quotidiano” sono stati tutti interessanti, e con un amplio spettro di pluralità di opinioni. Visioni diverse: religiose e spirituali, laiche e non credenti. Ecclesiastici, giuristi, intellettuali credenti e non, hanno dato corposità al dialogo su un tema così profondo ed antico, ma di stringente attualità.

Il fatto che sia stato sollevato da un Vescovo, padre minimo, oltre che fraterno amico di tempi giovanili e grande studioso di san Francesco di Paola, il santo della conversione e della penitenza, della carità  dell’amore fraterno, dà un tono forte di spiritualità contemporanea, pertinenza e competenza teologica.

Conosco bene il pensiero del Vescovo di Locri – Gerace Padre Giuseppe Morosini. I miei studi sul santo sono stati segnati anche dai suoi libri, oltre che attraverso la sua amicizia. Lo ringrazio, a proposito, per la prefazione alta e dialettica che ha scritto al mio volume “Eremita Viandante. Laicità e contemporaneità in san Francesco di Paola” (Editoriale Progetto 2000, Cosenza 2009).

Il pentimento interiore apre alla conversione, la quale si autentica nella volontà e pratica della restituzione del maltolto, risarcimento del danno procurato, o comunque con l’azione di voler riparare il riparabile, e molto oltre, oltre il possibile. Dopo tutto questo itinerario spirituale e concreto, la porta per accostarsi al sacramento della confessione si apre, accompagnato dal perdono di coloro che hanno subìto il male fatto (persone, familiari, ecc.). Ed in questo luogo si divarica decisamente la realtà del peccato con la coscienza del peccatore. Distinzione nota, dunque, tra errore ed errante. La Chiesa condanna il primo ed ha come fine supremo recuperare il secondo, diversamente rinnega se stessa come strumento umano-divino di salvezza e Porta mistica del Regno di Dio.

Ma pur considerando solo l’aspetto umano: chi, con intelligenza illuminata e coscienza sana e retta, vorrebbe la morte della persona che ripara e diventa un uomo nuovo? Certamente, la giustizia giudiziaria fa parte della riparazione, nella sua proiezione morale personale e personale col Divino. Figure come san Paolo, sant’Agostino e tantissimi altri costellano il firmamento dei “risorti” a vita nuova e divengono costruttori di bene, verità, giustizia,  bellezza.  E sono stati esempio di risarcimento.

Senza dubbio, la giustizia interiore legata alla giustizia divina è distinta dalla giustizia umana e giudiziaria. Non si può arrivare alla prima evitando la seconda, e la seconda dovrebbe provocare ed approdare alla prima. L’accettazione, alla richiesta di perdono, da parte degli offesi e delle vittime dirette ed indirette ha lo scopo di suscitare il ripensamento profondo ed autentico. Dice san Francesco, il più calabrese dei santi, “Perdonatevi fino a dimenticare il torto ricevuto”. Nel contempo, il sistema penitenziario mira al recupero umano del reo, in grado di ritornare nella società umana, da persona ripensata e rinnovata.

Tutto ciò per edificare la città della purezza e della verità, della pace e della giustizia: la “civiltà dell’amore”, secondo l’intuizione di Paolo VI. Le dimensioni laica e religiosa sono unite al fine di cambiare la comunità degli uomini avvicinandola alla felicità civile, la Città del Sole.

L’esortazione apostolica post-sinodale “Reconciliatio et paenitentia” del 2 dicembre 1984 di Giovanni Paolo II, è puntuale e illuminante su questa catena concettuale dal pentimento alla riparazione al perdono sacramentale ed umano.

Il perdono divino implica “opere degne di conversione” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1460), ovvero la soddisfazione del sacramento della confessione che, coperto dal “sigillo sacramentale” (totale ed assoluto segreto tra confessando e confessore), si deve rendere compiuto e completo. Quindi, non termina tutto nel gesto di assoluzione ma nella verifica attiva del pentimento con piene azioni riparatrici.  “ Bisogna fare il possibile per riparare” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1459).

Il sacramento della confessione o della conversione o della penitenza o della riconciliazione si articola in quattro parti: pentimento o contrizione; esame di coscienza;confessione vera e propria; soddisfazione come mutamento della propria visione esistenziale a cominciare dal risarcimento totale possibile ed oltre.

In conclusione, si potrebbe tracciare un percorso, trasparente, pur se non necessariamente in sviluppo lineare: “conversione-pentimento-risarcimento compiuto e possibile-giustizia umana-giustizia giudiziaria-perdono umano-giustizia divina-perdono divino”.

E qui il terreno socio-antropologico si concilia con il terreno spirituale e celeste. Non ci sono scorciatoie, condoni personali o favoritismi divini. C’è solo la Giustizia di Dio che passa dall’uomo. La via della Chiesa di Dio è l’uomo e solo l’uomo. Sulla strada tracciata da Dio.

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