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Fortunato Bernardi, teologo e latinista, nella Nicastro e S.Biase del XIX° sec.

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di Massimo Iannicelli

Illustre personaggio al quale la città di Sambiase ha dato i suoi natali, è stato il primicerio(1) Fortunato Bernar­di. Anche se poco noto, egli fu un eminente teologo e latinista che insegnò per tutta la sua vita nel Seminario vescovile di Nicastro, del quale venne nominato a più riprese rettore dall'allora governo borbonico.

Fu, inoltre, delegato scolastico per il mandamento di Sambiase e resse l'ufficio di teologo nella Cattedrale di Nicastro. Con Diploma del 17 maggio 1856, la Regia Università di Napoli lo proclamò Dottore in Teologia.

Le uniche note biografiche sul primicerio Bernardi(*) ci sono pervenute attraverso l'elogio funebre pronunciato per la sua morte, dal Cav. Alfonso Governa, erudito(2) ed uomo politico che fu anche sindaco di Sambiase. Quest'ultimo, discepolo ed amico del Primicerio, tracciò in quell'occasione un efficace profilo umano e professionale che ci consente, a distanza di centotrentotto anni dalla morte, di inquadrare compiutamente la persona­lità di questo altro importante personaggio lametino.

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Tale necrologio venne stampato nel 1871 dalla tipografia «Del Pitagora» di Catanzaro, e pubblica­to a spese dei sacerdoti sambiasini Domenico Materazzo, Eugenio Governa, Francescantonio Roberto, Francesco Valentino e Francesco Renda, tutti discepoli del prelato.
Fortunato Bernardi nacque a Sambiase il 10 settembre del 1816, da Domenico e Giovanna d'Elia, definiti dal Governa quali onesti ed agiati popolani. Era in uso a quei tempi una prassi al quanto consolidata tra le famiglie agiate: ossia dopo aver manten­to agli studi i propri figli maschi si no all'età di otto-nove anni, i genitori erano soliti avviarli al mestiere paterno o, in alternativa, ad un'attività manuale qualsiasi onde contribuire da subito a sostenere le entrate familiari. Tale sorte sarebbe toccata anche al futuro Primicerio se questi non avesse manifestato per tempo un ingegno pronto e vivace. Fu così che i genitori decisero di affidarlo ad un precettore privato che portava lo stesso cognome del suo discepolo, anche se tra di loro non intercorreva alcun rapporto di parentela. Si trattava del Maestro Bernardi, figura molto popolare nella Sambiase di quel tempo, il quale era versato nella dottrina ecclesiastica e nella conoscenza del latino, uniche materie allora che «poteano coltivarsi senza sospetto dei zelanti rettori».
Si trattava, in verità, di un'istruzione limitata per la quale «si dovea star contenti a quel po' di latino imbeccato a suon di nerbo», che, nel migliore dei casi, avrebbe dato la possibilità di tradurre qualche classico. Si trattò di un miracolo, secondo il Governa, se i genitori del giovane Fortunato, «privi di ogni lettera, e quindi incapaci di valutare lo svegliato ingegno del giovanetto», convennero di farne un prete.
In quell'epoca, ma anche in altre successive, poter vantare un sacerdote in famiglia era motivo di lustro e ricchezza. Un privilegio che, se in altre parti d'Italia spettava ai figli cadetti, dalle nostre parti veniva riservato ai primogeniti.
Ecco dunque, che il giovane Bernardi poté fare il suo ingresso, quale chierichetto, nel Seminario di Nicastro, dove venne rinchiuso ermeticamente come tende a sottolineare il Governa. Tale espressione sottende che quel tipo di formazione culturale alla quale venne sottoposto il futuro Primicerio non ne aprì la mente per come avrebbe dovuto, ma finì probabilmente per tarparne le ali, affinché potesse spiccare il volo verso un tipo di preparazione più congeniale alla sue indole che lo avrebbe certamente fatto assurgere a grande notorietà. Egli invece rimase sempre nel chiuso dell'ambito clericale cittadino a tal punto da mutarne persino il carattere. Il Governa, infatti, lo descrive sin da giovane dotato di un'indole dolcissima e pieghevole, un temperamento invidiabile che, per dirla con le parole del filosofo Kant, è il più idoneo ad acquistare la perfezione morale.
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L'educazione monca e dimezzata ricevuta, non permise al Bernardi di formarsi un carattere corrispondente all'impulso originario, e anzi contribuì a creargliene uno falso, incompleto ed artificiale. Da fanciullo, infatti, egli si dimostrava sempre allegro e vivace, ciò che si rifletteva anche nel suo fisico armonioso e robusto. Tutto il contrario di ciò che gli accadde divenuto adulto: «esile, smilzo, cogitabondo, mogio, amante della solitudine, irascibile!»
II Governa attribuiva tale metamorfosi all'incessante studio, sempre ri­verso sui libri a «fiaccar­si anima e corpo sul latino e sulle attribuzioni infinite dei superiori», e ancor più alla mancanza di un'adeguata attività fisica che ne avevano minato il corpo, facendolo cadere in un perenne stato di malinconia tale da accentuarne la timidezza ed accrescerne l'irascibilità. Paradossalmente, dunque, quel tipo di studi non arricchì la personalità del Primicerio, ma ne accentuò limiti e debolezze. A ciò contribuì anche l'ambiente sociale della sua Sambiase, dove insisteva un clima di paura e di terrore, causato dagli effetti del brigantaggio che, durante il periodo borbonico, determinò una serie di stragi che «il solo pensiero fa ancora raccapricciare chi sel rammenta». In verità egli non fu testimone diretto di questi eventi, in quanto studiava a Nicastro, ma ne fu informato dal padre con il «racconto frequente di quei fatti atrocissimi» che finì con lo «sviare l'indole franca e risoluta del giovanetto».
Secondo il Governa, Fortunato Bernardi era versato nella storia, ma ne ebbe sempre una visione ristretta, dettata e manipolata dalla propaganda borbonica. Infatti, tutti i patrioti che presero parte alle numerose insurrezioni che via via si verificarono durante quel periodo, venivano etichettati dal governo come malviventi, e non già come eroici e temerari patrioti.
Il Bernardi ne ri­sentì in qualche modo e invece di accogliere politicamente i venti rivoluzionari, così come avevano fatto tanti intellettuali del suo tempo, rimase in un atteggiamento di attesa da qualcuno confuso per viltà. Egli invece «fu timido, ma non vile, anzi a tratti anche audace: fu indifferente, ma non insultò mai alle sciagure della Patria oppresso; anzi alle volte usciva da quella apatia, e deplorava altamente le sorti infelici della Penisola: fu irresoluto, ma disse sempre il vero; e quando era prudente tacere, tacque. Né si creda ch'egli smentisse tale sua indole col variare di casi o di tempi: egli fu sempre uguale a sé stesso, anche quando parve che sorti migliori arridessero all'infelice Italia».
E in vero l'atteggiamento del Primicerio non mutò neppure dopo la consolidata Unità d'Italia, a dimostrazione di come le idee «stillate nel suo cuore dalla nequizia dei tempi» passati avevano messo profonde radici. Il Governa ci riporta un esempio alquanto significativo.
Nel febbraio del 1865, dunque ben cinque anni dopo la rivoluzione di Garibaldi, il Prìmicerio venne incaricato di redigere il manifesto elettorale a sostegno della candidatura al parlamento di Giuseppe Mazzini.
Egli accettò e svolse in modo proficuo l'incarico, anche se poi tale proclama non venne dato alle stampe. Ecco le parole usate in quella circostanza, che ci aiutano a comprendere quali fossero i sentimenti dei Bernardi:
«Elettori! Son ben quattro volte che i nostri voti sce­sero nell'urna elettorale, e nessuno dei candidati ha raccolto il suffragio della maggioranza. La consorteria, giuocando destramente d'intrigo, ha mandato a vuoto il nostro disegno. Convinti di questo, che cioè in mezzo a noi non potrà, per adesso, sorgere un nome che sappia degnamente rappresentarci al Parlamento nazionale, massime per le attuali difficilissime circostanze, nominiamo Lui, ch'è il Nestore della politica, che conosce più d'ogni altro i bisogni veri della nazione, e volontà inflessibile a pomi riparo.
Elettori! Siamo riconoscenti a chi, primo, c'insegnava a balbettare i nomi sacri di Patria, di libertà, d'indipendenza, a chi ha mantenuta sempre accesa la fiaccola dell'unità italiana a traverso la mannaia e i pericoli tutti delle sospettose e vigili tirannidi.
Non imitiamo gli Ateniesi che i benemeriti della Patria cacciavano con l'ostracismo. Facciamo uso una volta di popolo sovrano! Richiamiamo sotto il nostro tiepido cielo Colui che, malsano, respira aria non sua, e che colpito forse da nostalgia e dalla nostra indifferenza, potrebbe facilmente soccombere.
Che i nostri voti adunque, il 18 del volgente, scendano unanimi nell’urna dalla quale sortir dovrà un sol nome: Giuseppe Mazzíní Deputato.
E noi avremo il più fervido e dotto rappresentante, e il nome del nostro circolo avrà nella Storia una pagina di gl­ria imperitura.»
Nel consegnare agli amici tale proclama egli ebbe a scongiurarli di non menzionare il nome dell'autore... L'ampia conoscenza che egli aveva del latino non gli fecero trascurare mai l'italiano, lingua nella quale egli era edotto nello stesso modo. Ne sono riprova numerosi discorsi sacri, scritti a partire dal 1839 di cui ci riferisce Alfonso Governa, e dei quali purtroppo non abbiamo rinvenuto traccia.
Sul piano filosofico egli studiò e fece suo il pensiero del tropeano Pasquale Galluppi. Si avvicinò pure alle opere del Rosmini e del Gioberti ma non ne sposò mai appieno le idee. In sostanza egli rimase sempre teologo e latinista, e nonostante ne avesse le possibilità, non sfociò mai nella filosofia.
L'elogio funebre del Governa si conclude con un interrogativo che ancora oggi permane: egli si chiedeva se «dati tempi civili e liberi, il Primicerio Fortunato Bernardi sarebbe stato veramente grande.» A differenza dei suoi più illustri concittadini, quali Giovanni Nicotera, Francesco Materazzo e Francesco Fiorentino, egli non conobbe la via dell'esilio, le battaglie sul campo, o le dotte conoscenze accademiche lontano dal chiuso del suo paese, ma rimase silente ed inoperoso ad insegnare senza prender parte attiva all'evolversi dei tempi.
Il Primicerio concluse la sua vita terrena il 13 luglio del 1871, un anno dopo la presa di Roma con la breccia di Porta Pia: fece così in tempo a vedere completata l'unità d'Italia. Fu sepolto nel duomo di Sambiase nella cripta posta sotto la navata di sinistra ai piedi dell'altare del Crocefisso.(3)
Una via cittadina porta il suo nome ed è questo l'unico riconoscimento per la sua attività di educatore tributatogli dai suoi concittadini.
Utile sarebbe rintracciare qualche suo scritto onde conoscerne e rivalutarne la complessa personalità di intellettuale che servì a formare tante generazioni di studenti.

 


Note
1. Tale titolo spettava un tempo a quel prelato posto a capo del clero cosiddetto minore, diviso in capitoli e collegiate.
2. Questi aveva studiato nel seminario di Nicastro, dove ebbe come suo maestro il primicerio Bernardi. Secondo alcuni venne ordinato sacerdote, ministero che poi abbandonò. In seguito si dedicò all’insegnamento privato e alla politica. Sposò la maestra Italina Quintavalle dalla quale ebbe un solo figlio che morì infante. Oltre al titolo di Cavaliere della Corona d'Italia, egli godeva della carica di socio corrispondente della società letteraria , Alessandro Poerio, di Catanzaro. Sulla lastra del suo tumolo - ancora oggi esistente nel cimitero di Sambiase - è incisa la seguente epigrafe: Qui giace il Cav. Alfonso Governa - uomo giusto amato e pianto qual padre - da quanti lo conobbero - nacque il 14 agosto 1841 - mori il 18 ottobre 1899 - la desolata moglie Italina Quintavalle in segno di dolore e di gratitudine questa pietra pose.
3. II loculo ove riposa il Primicerio Bernardi ci è stato indicato dal dott. Fer­dinando T.M. Vescio di Martirano a se­guito di sue personali ricerche storiche sul Duomo di Sambiase.

 

* L'articolo è tratto da "Storicittà", (mensile illustrato diretto dall'Editore e Resp. M.Iannicelli), pag.5-7 anno VII, n°73 Dicembre 1998,Tip. Stampa Sud - Lamezia Terme.

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