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Franco Costabile

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Franco Costabile, nato a Sambiase il 27 agosto 1924, segna un alto fondamentale vertice della cultura lametina del ‘900. Nel maturare della sua personalità giocarono un ruolo decisivo la madre e, in negativo, il padre. La sua particolare considerazione esistenziale lo portò a desiderare di vivere “al di là” di quel mondo nel quale egli sembrava di essere rinchiuso. Avrebbe potuto aiutarlo solo la scrittura e già nel 1944 la troviamo a collaborare a “L’Italia libera”, organo del partito Partito d'Azione.

Ma non gli bastava. Lasciò l’università di Messina dove era iscritto al corso di laurea in Lettere e si trasferì a Roma, uno dei possibili ombelichi culturali del mondo. E’ del 1950 sa sua prima raccolta poetica, “Via degli ulivi” che lo aprì ad una seria considerazione della realtà sociale della civiltà contadina. Sempre a Roma si sposò nel 1953 con Mariuccia, una sua alunna. Ma il rapporto coniugale risulto difficile e si concluse con un evitabile distacco da parte della moglie. Nel frattempo pubblicò poesie su importanti riviste dell’epoca: “La fiera letteraria”, “Letteratura”, “Botteghe oscure”, “Inventario”, “L’Europa letteraria” ed entro in contatto con Vittorini a cui inviò da leggere i suoi versi.
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Nel 1964 si verificò un evento doloroso che sconvolse la già fragile psicologia: la morte della mamma che era il suo unico legame vivo con la Calabria,ma anche,per molti versi, alter ego di quella terra con la quale aveva sempre mantenuto un rapporto assai conflittuale. La parabola esistenziale del Costabile si concluse, sotto lo scudo dell’ ineluttabilità, il 14 Aprile 1965 allorchè fu ritrovato morto nella sua abitazione romana di via Casal Giuliani.
Si era lasciato morire lentamente aprendo il rubinetto del gas dopo giorni di angoscia e ripensamenti. La vicenda umana e intellettuale del poeta sambiasino si svolge dunque sul crinale del suo rapporto tormentato con la Calabria, terra sempre amata e sempre ripudiata, al punto di desiderare di viverne lontano e per sempre. La miglior parte della sua poesia ha come centro l’angosciosa esistenza della gente di Calabria, dei poveri , delle minoranze di quei contadini che descrive minuziosamente sullo sfondo di una civiltà segnata da un destino di infelicità e di sopraffazione dell'uomo contro l'uomo, del potente contro il diseredato. L'amico del poeta Enotrio Pugliese, osserva che Costabile " ha vissuto in un epoca di lacerazione e sopprosi che profanavano la dignità umana , unica ricchezza allora custodita negli squallidi interni di paesi cariati dagli insulti del tempo e delle calamità naturali, non meno che dalla protervia e dal lenocinio politico". Va in questa direzione la sua raccolta più bella, quella che può essere giudicata uno dei capolavori della letteratura neorealista italiana del '900, “La rosa nel bicchiere”. In essa, scriveva Antonio Piromalli vi è "il rigetto di qualsiasi progettazione tecnico-politica fondata su meridionalismo retorico e consumistico" Ma l’essenza di questo angoscioso canto della sofferenza si trova nella sua poesia più celebre , il “Canto dei nuovi emigranti” che Costabile pubblicò nel 1964 in un volume “Sette piaghe d'Italia" descrive la saga dei soprusi del popolo meridionale il quale ebbe come scelta obbligata l'avverso destino dell'emigrazione. Emblematici sono alcuni versi di questa poesia: "Terra salutiamocci, è ora" ai quali alcuni studiosi di Costabile assoggettano la risoluzione estrema del suo suicidio. I versi di Giuseppe Ungheretti incisi sulla lapide racchiudono la metafora di una storia tragica per sempre : " Con questo cuore troppo cantastorie dicevi ponendo una una rosa nel bicchiere e la rosa s'è spenta a poco a poco come il tuo cuore. Si è spento per cantare una storia tragica per sempre"

Lo scritto e stato tratto dal capitolo La Cultura e la vita intellettuale del novecento, "Franco Costabile", di Raffaele Gaetano,pp.248-249, nel volume LAMEZIA TERME "Storia Cultura Economia" a cura di Fulvio Mazza, finito di stampare nel mese di novembre 2001 dalla Rubbettino Industrie Grafiche ed Editorali per conto della Rubbettino Editore Srl, 88049 Soveria Mannelli (Cz)

 

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Seguono alcune poesie

 

MIGRANTI
Siamo i marciapiedi più affollati.
Siamo i treni più lunghi.
Siamo le braccia le unghie d'Europa il sudore diesel.
Siamo il disonore la vergogna dei governi
L'odore di cipolla che rinnova le viscere d'Europa.
Siamo un'altra volta la fantasia gli dei.
Milioni di macchine escono targate Magna Grecia.
Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d'Europa.
Addio, terra.
Salutiamoci, è ora. "

 

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MIO SUD
Mio sud,
mezzogiorno
potente di cicale,
sembra una leggenda
che vi siano
torrenti a primavera.
Mio sud,
inverno mio caldo
come latte di capre,
già si dorme
fratello e sorella
senza più gusto.
Mio sud,
pianura mia,
mia carretta lenta.
Anime di emigranti
vengono la notte a piangere
sotto gli ulivi,
e domani alle nove
il sole già brucia,
i passeri
a mezz'ora di cammino
non hanno più niente da cantate.
Mio sud,
mio brigante sanguigno,
portami notizie della collina.
Siedi, bevi un altro bicchiere
e raccontami del vento di quest'anno.
Mio treno di notte
lento nella pianura
Battipaglia... Salerno...
mio paesano, stanco sulla valigia,
cane vagabondo.
Mio questurino
davanti a un'ambasciata,
potevi startene adesso in collina
a dare sotto le foglie il verderame,
sentire l'aria la terra,
le ragazze dell'altro versante
darti una voce.
Potevi essere
anche un perito agrario
se a casa potevano,
intenderti di migliorìe, d'allevamenti,
e pensare un trapianto a primavera.
O forse eri solo un manovale,
lavoravi a giornate, forse non lavoravi.
Adesso un silenzio, il giorno:
da qui a lì, e niente succede.
( La rosa nel bicchiere)

 

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CICALE

Nelle ceste dell'asino
un anno di campagna passa.
Trenta cicale restano incantate
e la sera guarda dai tetti.

 

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LA LORO OMBRA
Splende
la piazza
già tranquilla
di cielo
e di botteghe,
ma quei ragazzi
andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra
lungo i muri.

 

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BRACCIANTE
II bracciante la sera
si guarda nella bettola
il manifesto del piroscafo
e degli uccelli bianchi.
Lui e il suo cuore
non vanno d'accordo.


ACQUA DI MENTA

Carmela,
pelle scura,
porta frasche
da nord a sud
della sua solitudine,
ma stamane
sulla porta di casa
si bacia il bambino
guarito con acqua di menta.


IL GALLO CANTA

Al Muragliene
il gallo canta
e il bracciante
è già nella vigna
che si sputa le mani
e incomincia a zappare.

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UN PEZZO DI SPECCHIO

Ha casa campagna
e lenzuola di telaio
ma nessuno la guarda
la domenica in chiesa
e aspetta alla finestra
un poco per giorno
chiedendosi forse
a che serve nel vicolo
guardarsi a un pezzo di specchio.

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SONNO DI GAROFANI

L'acqua
del paese
ancora scorre
senza tubature,
ne s'alzano antenne
architetture
di pulegge e gru
perché gli uccelli
possano sbagliare.
C'è pace
vita chiara
di donne di bambini
di carri tirati dai buoi
e a sera, quando ai balconi
c'è un sonno di garofani,
due stelle bizantine
s'affittano una stanza
nel cielo della piazza.

 

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E TU, VECCHIO

Di pelle scura
non crescerà tuo figlio;
giocherà forse a baseball,
sarà padrone di una drogheria.
E tu, vecchio,
l'orologio d'oro,
scorderai questi vicoli
bevendo birra a Daisy Street.

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QUATTRO PALLATE

Morì
proprio qui,
salute a noi.
Lo presero alla schiena,
quattro pallate.
Brutto paese, caro mio. Amaro chi ci capita.

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ROSA

Un gallo
ha cantato
e Rosa
col bambino
che dorme
nella cesta,
già aspetta sul ponte
per andare
a raccogliere olive.
Anche Rosa
è stata ragazza
da farsi guardare,
la voleva il barbiere
che suonava la chitarra
sotto casa,
ma il padrone un giorno
se la portò dietro una siepe.
Ora Rosa si aggiusta lo scialle
e pensa
che anche questa
è una vita,
allevarsi un bambino
e star zitte.


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CALABRIA INFAME

Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.
Solo
ma leale
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo;
ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci.

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CERTE SERE

Certe sere
il padrone
ci scherzava,
adesso è la padrona,
si gode una casa
di sette balconi.

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LA PIAZZA

Un bar le mosche
lo stemma della Repubblica
<> e due botteghe
dove il pane si vende a credenza.
Triste sarebbe, se la rondine un giorno
non svoltasse di qui.

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LA SILA

Il lago
gli abeti
dici bene
la Svizzera.
Mettici
i fiorellini
e in lontananza
le pastorelle,
le mucche calme lavate
nel sole che tramonta,
d'oro naturalmente,
dietro i pini, perfetto.
Mangi
di buon appetito,
dormi a sazietà.
Se poi,
quella gente ci vive d'inverno
col pane di segala
e i lupi,
a tè, che importa.
Tè ne stai
nel calduccio, in città,
raccontando agli amici
il verde odoroso dei pini.

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ULTIMA UVA

Che volete,
che volete ancora
da questa terra.
Vi paga
il canto del gallo
bimestre per bimestre,
paga il sale
come se fosse argento,
paga l'erba l'origano,
vi paga anche la luna nuova.
Che volete di più,
ditelo e lo farà,
ma lasciatela,
lasciatela in pace.
E' così stanca
di sentirsi ripetere
il pane l'albero
il barile dell'abbondanza,
e di aspettare,
di aspettare, aspettare...
Prendetevi
l'ultima uva
ma non tormentatela
col patto degli acquedotti.
Prendetevi
anche la madia
il setaccio
ma rispettatela almeno
nell'estrema unzione
dei suoi uliveti.
Ha veduto i suoi figli
morire di dissenteria,
partire da emigranti,
andare ammanettati.
Ha veduto contare
dal regio scrivano
tutte le sue pecore
una per una.
Ha veduto posare
casse di munizioni
nei campi di granturco
e bruciare le masserie le case.
Adesso
lasciatela,
lasciatela sola
al confine delle sue foglie.
Quanti anni di sole
ci sono voluti per capire
tanta oscurità,
tanto disordine di frane
e di vicoli,
e poi l'ordine, l'ordine dei carabinieri.
Lasciatela.
Un'amicizia
in tanti anni,
un affetto sincero
non l'ha mai avuto.
Mai nessuno
che un giorno al balcon
e le abbia parlato
di un vestito
di un bei paio di scarpe,
le abbia spiegato
in confidenza
come si prepara una tavola,
qui il coltello,
qua il cucchiaio,
la forchetta.
Lasciatela.
Con una brocca
o un bicchiere di cristallo
berrà sempre
al pozzo del suo dolore.
Anche voi
così lontani
ma del suo stesso sangue
della sua stessa razza accanita,
smettetela con le nostalgie,
non mortificatela
con quel dollaro spaccone
in una busta,
con quel pacco di vestiti usati.
Le basta lo scialle nero
che vi coprì bambini.
Che volete,
voi, voi tutti,
che volete di più.
Ditelo, vi ha sempre detto di sì,
non sapeva firmare
e vi ha messo i segni di croce
che tutti volevate.
Prendetevi
allegria e gioventù
e seppellitele in una miniera.
E' carne, vita sua
ma forte,
cresciuta con latte e disgrazie.
Prendetevi anche il cielo
questo azzurro così antico così raro
portatevelo via.
Lasciatela
al cantuccio
della sua lucerna, sola,
col ricordo
del nipote minatore.
Non venite a bussare
con cinque anni
di pesante menzogna.

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LA ROSA NEL BICCHIERE

Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.
Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.
Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.
Lettera
dell'America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.
Luce
d'accetta
l'alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.
Una rissa
la tua fiera
Calabria,
d'uva rossa
e di coltelli.
Vendetta
il tuo onore.
Calabria
in penombra,
canne di fucili.
Vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria
di borboni.
Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.
Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni.
Calabria,
bastione
di pazienza.
Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.
Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.
Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.

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