Articoli

Pina Majone - Un sublime sentire poetico

Condividi

pmajone- UNA LUCE NELLA POESIA -


Studio e riflessione di Pasquale Funaro su "SPESSORI" -raccolta lirica di Pina Majone-

 

Premessa
La dilagante mediocrità della produzione poetica contemporanea stanca l'attenzione del lettore-amatore e lo spinge a disertare ogni iniziativa, a non avere speranza.
Si assiste ad una proliferazione cartacea che, per il suo nullismo contenutistico e le sue tante derive strutturali, porta inevitabilmente ad un vero e proprio naufragio letterario.
Nella pletora di sedicenti "poeti" si perde tempo a cercare talenti, che "non ci sono", e quel che mortifica di più è che qualcuno, forte della facile e compiacente pubblicazione su riviste e foglietti locali, si autoproclami unico erede di questa o quella corrente letteraria, di Leopardi o D'Annunzio, di Ungaretti o Montale, di Quasimodo o altri.
Alla fine si constata che non c'è vera sostanza, che il valore della poesia è scaduto di molto, che si scrive per edonismo, per presuntuosa ambizione, per restare nella "storia"; tutto è vanità, contingenza banale, quotidiano che dura fino a quando non si gira la pagina.

Una grande scoperta
Nella mattinata del 27 agosto 1995 ho avuto la fortunata occasione di visitare, nel rione di Sambiase di Lamezia Terme, il "Luogo della memoria" del carissimo amico professore Umberto Zaffina, uomo di valida attività intellettuale, che, con anni di certosino lavoro e personale impegno economico, ha regalato ai suoi compaesani questo museo di antiquariato locale, appunto un luogo della memoria.
Sul tavolo del suo ufficio, in bella mostra, era esposto il libro di Pina Maione "Spessori", pubblicato dalla Temesa Editrice nel 1987, ben otto anni prima, e del quale fino a quel momento non ero venuto a conoscenza.

Il fatto mi ha meravigliato e addolorato alquanto.
Questo è potuto accadere in parte per la mia lontananza dal paese natale, che non mi consente di conoscere con tempestività gli eventi artistici che in esso si verificano.
Sarà stato anche per l' "innato riserbo" dell'Autrice, per la scarsa o inadeguata pubblicizzazione dell'opera, ma temo che abbia influito maggiormente la mancanza di attenzione ad ogni fatto culturale da parte della cittadinanza, che, con le dovute eccezioni naturalmente, non ha mai brillato nella cultura in genere.
Per la verità questo è un fenomeno molto esteso a livello nazionale ma la cosa non mi conforta. A parte ogni rammarico per il tempo perduto, ora il libro di Pina Majone fa parte dei "classici" di cui mi "nutro" e con i quali riempio il mio "otium litteratum".
La definizione potrà sembrare esagerata; è un mio giudizio, il giudizio di un sincero ed onesto amatore dell'arte poetica, libero, nel senso più assoluto, da mode e traffici letterari e da interessi di qualsiasi genere.

Come tale mi riconosco il diritto di parlarne, dal momento che la mediocrità culturale di molti mezzi di comunicazione, in assenza di immediato confronto ed eventuale contestazione, presenta come oro colato anche gli escrementi di mucca.

 

Per l'Autrice
Questo lungo ma necessario preambolo affinchè l'Autrice, degna di quell'attenzione e quel rispetto dovuti ad una vera artista, non veda in questo scritto il critico ma solo un amatore sincero ed appassionato dell'opera poetica, un lettore attento e sensibile.
Fuori da pastoie scolastiche e da qualsiasi remora, questo scritto vuole essere una comprensione personale, libera e profonda dell'opera di Pina Majone; non un commento critico, dunque, ma una osservazione attenta, ravvicinata. una dilatazione dei momenti poetici per coglierne ogni cadenza, ogni significato, ogni eco dell'anima; per ritrovare conferma delle sue motivazioni e gustare il canto di un "essere" nella musicale, epifanica, suggestiva metamorfosi del suo "io", che, permeato dal respiro sacrale del cosmo, si dispiega, si estrinseca e si materializza, per motivi inspiegabili (o per un dono divino?), nella sua essenza poetica.
Anche se alla fine questa mia "lettura" risulterà inadeguata ed insufficiente alla comprensione reale dell'opera ed al suo giusto valore letterario, quale potrà essere quello dato con autorevolezza e legittimità dalla critica ufficiale.

 

La Poetica
Non intendo parlare della vita e della persona di Pina Majone; parlerò soltanto del suo libro, della sua poetica.
Per conoscenza personale, da concittadino e contemporaneo, so che è sempre stata una donna di eccezionale bontà d'animo, di naturale modestia e di grande bellezza.
Uno dei fiori più belli della sua (e nostra) amata terra di Calabria.
E la bellezza gioiosa della giovinezza è diventata bellezza pensosa della maturità.
Bellezza e bontà che si ritrovano interamente nella sua poetica: bellezza di una espressione, di un linguaggio lirico "classico", che si avvicina al meglio della poesia nazionale di questo secolo; bontà di un contenuto di sentimenti profondi e sereni, di una ricchezza di immagini e di memorie. E poichè le immagini ed i sentimenti sono gli elementi fondamentali dell'estetica (Croce), la sua è vera arte poetica.
Concordo in massima parte con la nota del frontespizio del libro e con "Una riflessione sulla poesia" dell'Autrice. Per la verità ho sempre considerato la definizione "intimistica" come la più importante delle catalogazioni della poesia, la più diffusa, quella che normalmente si definisce "lirica", rispetto a quella epica, sociale .... ed altre.
La poesia "intimistica", quando ha i requisiti della vera poesia, è sempre pregevole e di alto valore letterario, perchè è lirica, espressione soggettiva dei sentimenti del poeta, "essenza stessa del fatto poetico" (Croce); e, al di là di ogni contenzioso accademico, è sempre poesia "universale", senza "dove" nè "quando", senza distinzioni di spazio e tempo; anche se, quasi sempre, per ogni poeta, i sentimenti nascono e si consumano nel complesso di immagini del paesaggio dei luoghi della memoria, passata e presente, del paese dell'anima.
Quella di Pina Majone è poesia vera, al di là di ogni definizione o catalogazione letteraria. è poesia che brilla di luce propria, che non ha matrici.
Se pure si colloca, per la forma, nel grande filone della poesia nuova di questo secolo, quella detta "poesia pura" o più comunemente "ermetismo", parlare di stile ermetico è riduttivo ed impreciso. Nella sua poetica non c'è la rarefazione lirica dell'ermetismo, con la difficoltà di esprimere l'ineffabile; il sentimento, anzichè "accartocciarsi", "rattrappirsi", si effonde in un canto lirico puro, espresso in un lessico letterario alto ed incisivo, ricco di risonanze e coloriture scenografiche, che si spiega e si fa capire.
Il che diminuisce per il lettore la difficoltà di comprensione della poesia nuova.
Uno stile nuovo che coglie il meglio della poetica di Ungaretti, di Quasimodo, di Montale e di alcuni poeti orfici e crepuscolari; sintesi armonica di tutte le generazioni dell'ermetismo, dalle quali ha ereditato, superandole, le cose migliori: ricchezza di visioni, sublimità di stile, positività e luce dell'essere. .
Una poesia senza metrica ma in essa, in mancanza di un ritmo metrico o di una pur minima assonanza, si coglie parimenti una diffusa solennità musicale, data la cadenza moderata, "spondàica" dei versi. All'attento e beato lettore non sfugge altresì la musicalità interiore di ogni canto. E' una poesia che si legge, che avvince.
Nella profondità concettuale della lirica ermetica, l'Autrice ha saputo esprimere, con incisività e senza scorie, nella bellezza e nell'ordine classico, i tanti volti della sua anima, le pagine di una vita intensamente e coscientemente vissuta, riuscendo ad esprimere l'indicibile.
Nella sua poesia non c'è costruzione di partiture, ricercatezza o affinamento metrico. non ci sono trasgressioni o forzati accostamenti metaforici e analogici, la vicenda poetica si svolge, pur attraverso avvolgimenti ed involuzioni, con un largo respiro, in un limpido, raffinato linguaggio evocativo, metafisico, mitologico.
Le intuizioni e le percezioni si presentano in trasposizioni simboliche; le rarefatte immagini concettuali si trasformano in chiare pennellate colorate, incisive, plastiche.
La parola poetica di Pina Majone dà "forma ai pensieri, inventa scenari, dipinge le immagini" (Brecht).
Note brevi ed alte, dalle vibrazioni profonde, ed alla fine di ogni canto, di ogni fiore poetico, si coglie quasi un profumo delicatamente intenso e vivificante, che provoca nel lettore una profonda risonanza ed un continuo gradimento estetico.
Queste le "qualita letterarie", questo il quadro dei valori della poetica di Pina Majone, che considero un'isola felice della poesia contemporanea, una luce che illumina, un faro che guida.
Finalmente!

 

La Tematica
Per una migliore comprensione dell'opera è bene soffermarsi sull'analisi dei singoli componimenti, gustarne la bellezza artistica e rilevarne i contenuti tematici.
Temi esistenziali, naturalmente, che nel sublime canto lirico della Majone perdono la loro particolarità soggettiva, si amalgamano armoniosamente in un lento, scorrevole fiume di dorato e lucente magma di vita universale.
Un fiume poetico che scorre su un asse della memoria, le cui origini si perdono nella storia dell'Ellade, ed ancora più oltre.
Un'anima che spazia e scruta nella penombra dei millenni, aleggiando su mitici scenari d'altri mondi, di altre civiltà, di altre composizioni sociali; mondi che emanano musica e poesia e dei quali la Majone ha conservato una memoria ancestrale; mondi che rivivono in quadri intensi ed ordinati, in immagini nitide, cristallizzate, vive.
La millenaria, incantevole eco dell'Ellade, col suo grandioso scenario di bellezza, di pensiero e di ordine, e col quale la Poetessa sembra avere un nesso spirituale, trova miracolosamente ancora oggi, in questo mondo di plagio mediocre e di bruttezza, una sua risonanza nella voce di questa sublime sacerdotessa di Erato.
I suoi pensieri, sia che scaturiscano da motivi d'amore o da occasioni momentanee, sia motivati dalle sensazioni provocate da cose e luoghi, visti o rivisitati in momenti diversi, acquistano le splendide forme delle sue liriche, offrendo all'attento lettore, secondo i casi, conferme, piacere e conoscenza.
Si ha l'impressione che nel suo mondo poetico non ci siano stanze, non ci siano confini o punti di riferimento; i canti sembrano emessi in una immensa nuvola chiara, ovattata, in una continuità senza tempo. In questo limbo, distinta, incisiva e dolce, si ode la voce della Poetessa, in un canto sereno, che sembra sottintendere la speranza di un accadimento, di una risposta: una risposta che le riveli il vero significato delle cose e della esistenza, del tempo e dello spazio.
I temi della sua lirica sono tante monadi leibniziane, monadi leggere come bolle gassose saltellanti sulla superficie dell'acqua bollente, come ovuli serrati natanti sulle creste dell'onde marine, ovuli in cui si racchiude, in una armoniosa sintesi di percezioni, per trovare "sollievo dalle mille cure", alla ricerca di una serenità di giudizio che le permetta di superare ogni esperienza umana. Monadi che, presenti all'inizio come spinta emotiva nella loro integra unità, si dispiegano nel corso del canto, acquistando diverse spazialità e luminose e colorate figure. Ed i temi, come tanti "scogli" della vita vissuta, affiorano dall'immensità dell'oceano degli spazi infiniti: i figli, la madre, un amore che c'era, che c'è ma che è cambiato, qualche amico, le impressioni di viaggio in alcune città ........ e i luoghi dell'amata Calabria.
La testimonianza d'amore ai figli (...e si accese di luci il mio esilio.) e alla madre (Da quegli occhi di marine lontananze..), la commozione del tempo, quanto resta d'una stagione d'amore, lo scorrere dei treni, l'attesa "..insonne ai piedi di un faro..", "l'acqua che torna alle scogliere", il rimpianto delle cose belle vissute e passate, le speranze e gli ideali della giovinezza, la constatazione della realtà di oggi !
"….una risacca di memorie giunge
al vostro cuore e quasi lo sommerge."
(Montale)
E tutto questo avviene con un canto pacato e sereno, alla luce d'una memoria storica ancestrale, che percepisce misteriosi mondi e civiltà scomparse e fa rivivere il paesaggio nelle sue varie fasi geologiche, come un susseguirsi di scene teatrali, tra improvvise apparizioni e lente evanescenze.
C'è in sottofondo la storia d'un amore perduto, deluso, un "leit-motiv" che si trascina, quasi come una sotterranea corrente vitale, dalla prima all'ultima composizione poetica.
Nello scorrere del libro, però, si coglie il passare del tempo che lenisce il dolore, anzichè acuirlo, ed in questo passaggio la Poetessa coglie il senso della natura e della storia, nella contemplazione cosciente delle cose dell'oggi e nel ricordo di quelle di ieri.
Ella si scruta intorno commossa, ma in piena lucidità di pensiero; la sua infinita riserva d'amore, la sua sensuale dolcezza per le cose, le persone ed i luoghi, le consentono momenti di intensa commozione, nei quali " riesce a cogliere gocce dell'universo ".
Gocce preziosissime, luminose, immortali, che rendono il suo amore più grandioso ed eterno. Viene quasi spontaneo di dire con Croce ("Ultimi saggi") che quella di Pina Majone è una poesia
"....in cui la commozione
è serena e la serenità è commossa."
Il finale conclusivo, sintetico di ogni composizione si dispiega in un adagio lirico magistralmente indicativo della sua natura serena, pensosa .
Pina Majone, uno dei fiori più belli della Calabria, figlia di Calabria!
E la Calabria c'è tutta nella sua poesia: nella realtà, nei ricordi, nell'immaginazione (A Milano m'invento......). Ella la onora col suo amore, col suo attaccamento, con l'ostinazione di scoprirne (anche se invano......e d'altronde chi può riuscire a scoprirlo?) il nome, le origini, le forme (Pietre a Terina : "...a cercare - della mia terra il nome...").
E con l'invito, a chi l'abbandona, a restare, a non sognare partenze, a non soffrire di esilii, a non abbandonare le sue radici (Non salire sui treni dell'esilio); straziante per l'anima, ma meravigliosamente lirico e sublime, il finale di questa poesia: "....solo una fossa resterebbe - per il tuo tempo disabitato." .
La terra di Calabria, in un inesauribile scenario immaginativo, sentita come punto di arrivo, come proiezione, come base d'un cono d'ombra che parte dall'Ellade.
Su di essa si rifrange la meravigliosa e misteriosa bellezza dei mondi arcaici, percepiti nella memoria visiva in plastiche forme classiche, canoviane.
Il paesaggio si carica di significati, di valori metafisici: " Pietre a Terina", " Cetre sospese ed echi ", "Calabria ammarando una sera" :
" e storia di amori e di magie
di marinai stanchi e di fatali
sirene alle scogliere."
In ogni canto fanno da sfondo i luoghi dell'amata Calabria: Terina, Capo Suvero, il Faro, la statale 18, Parghelia, Rovaglioso, la Pietrosa di Palmi, Bagnara, Condofuri,.... ed altri che si percepiscono e si intravedono anche se non nominati.
La Poetessa rivive le immagini, i colori, gli odori della terra; il paesaggio fisico, percepito in tutta la sua eterna vitalità, è la cassa di risonanza della sua pacata malinconia ed in esso defluisce e si cristallizza la vita sotterranea della sua anima.
La descrizione dei luoghi, fatta con precisione e sinteticità dell'espressione verbale, è sempre nuova, espressa in diverse prospettive, con nuove angolazioni, con colori diversi; il lettore coglie l'impressione di spostarsi sempre, anche se i luoghi sono gli stessi.
In una alternanza di ricordi e di oblii, certi luoghi della memoria, i luoghi dell'oggi sono presenti nello scenario di alcuni canti. Sono i luoghi della " durata" .
I luoghi dell'infanzia, quelli dove visse le prime ansie d'amore, le prime gioie, sono quelli a cui ricorre per attingere forza nelle lotte quotidiane, per sciogliere e lenire i dolori del cuore, le amarezze del nuovo, dell'oggi. Ancora i luoghi della "durata".
L'eterna presenza del mare, che vide il passare di Ulisse ("...dove si fece mare - il destino d'Ulisse.."), il suo azzurro, il paesaggio costiero ("...dalla parte del cielo che fugge..."), gli anfratti, gli ulivi, i muschi, le alghe, i pini, i fichi d'india, le ginestre, i gerani,...; una continua successione d'immagini scenografiche, ricche di particolari, delle quali si percepisce quasi il suono ed il profumo.
La Majone ci incanta, ci ammalia, titilla il nostro animo d'amatori della poesia.

 

La Durata
Le visioni incantate, i sentimenti conservati nel cuore e nella memoria rendono sempre viva e presente l'intuizione lirica della Majone, che spazia nell'infinito e nel particolare, dalle stratificazioni dei cieli agli abissi profondi del mare, da "costellazioni perdute" ai ruderi di "templi sconfessati e dissepolte necropoli", dagli "anfratti del mito" ai "dirupi di lave antiche tra gli ulivi".
Una fugace sensazione, lo scorrere del tempo, il rapporto con gli altri, l'amore atteso e disatteso, un attimo del tempo eterno, un profumo, un colore, l'inarrestabile rivenire dell'onda, il ritorno di qualcosa che si percepisce in una sensazione diversa....!
Ella partecipa profondamente e pacatamente alle cose ed ai fatti evocati ma se ne distacca con un canto lirico che sopravvive e si vivifica sulle ceneri delle speranze e delle illusioni perdute; dall'accidentale all'assoluto, come per psico-sintesi, dal fatto, dalla cosa, dal paesaggio alla contemplazione, all'intuizione, all'eterno.
Da tutto questo deriva, indiscutibílmente, la consistenza, la validità, la durata della sua poesia.
" E' il senso stesso della poesia che nasce dalla durata: fedeltà al proprio cammino, alla presenza inconfondibile di ogni vita, alle cose e ai luoghi che ci osservano e attendono che qualcuno li nomini senza possederli."
(Luigi Forte - da "La Stampa")
La voce, il canto, il grido di una esistenza emessi in un solo irripetibile momento e svaniti nell'infinito silenzio del tempo...; la Poetessa rivive quando ella stessa (e il lettore) capta l'eco di quella voce, di quel canto, di quel grido, rinnovandoli, rendendoli eterni.
E' ancora la "durata".
Il canto di Proserpina, rapita da Plutone lungo il litorale del golfo lametino (a me piace questa leggenda e non quella dei boschi di Enna in Sicilia), sembra ritrovare, dopo un indefinibile, improbabile tempo-spazio mitologico, una sua eco commossa nel canto appassionato di questa sensibile ninfa-dea del nostro tempo.
Un'ultima, fantastica prova della durata del canto poetico di Pina Majone.

 

Spessori
Spero che siano tanti i lettori capaci di intendere il significato del titolo del libro, il perchè di esso. lo credo di avere avuto una provvidenziale "epifania", quello "Spitzer-clic" (Joyce) che mi ha fatto raggiungere l'intuizione piena del testo, e di averne compreso il titolo, senza alcuna presunzione, o almeno di averne un significato.
Significato che preferisco tenere per me, per non togliere il piacere agli altri, per non cancellare l'atmosfera misteriosa e incantata del libro.
L'Autrice dirà che sono lontano "mille miglia" dal vero significato di "Spessori", e forse è vero. Ma proviamo ad esporre, qui di seguito, varie ipotesi di lettura del termine, così, per un gioco serio e intelligente, per stimolare almeno la curiosità di ogni bravo lettore.
Il titolo potrebbe riferirsi alla poesia di pagina 43, intitolata "Spessori"; in essa si accenna a "spessori d'acqua", essenza soprannaturale, linfa vitale proveniente dall'infinito, che ha generato il "calore dell'esistenza", la vita della Poetessa, come se ella non fosse nata da parto; si accenna a "spessore di niente", ad indicare l'insignificanza dell'uomo, che ignora il suo destino e imputridisce quale materia sulla materia, nella materia.
Facciamo altri tentativi.
Spessori: densità di una vita spirituale, della sua ricchezza di valori? Notevole pregnanza lirica e di alti significati e valori letterari? Notevole consistenza di motivi, compattezza e volume di pulsazioni, sentimenti e sensazioni vissute al quotidiano e di ricordi accumulati nella memoria?
Spessore e peso dell'esistere?
La concretezza invisibile dell'alone di foschia, di quell'aria-vetro che nasconde ed impedisce "l'altra parte del cielo"?
Spessore del nulla provocato dalla mancanza di freni e dai vuoti dell'anima?
Spessori in antitesi ai vuoti dell'anima?
Spessori di colpe commesse, che impediscono un ritorno conciliativo?
Spessori di incomprensioni, di incomunicabilità?
Spessori di visioni mistiche?
Spessori che dividono le varie stanze del tempo? Spessori di differenze notevoli dagli altri?
Di barriere che non consentono la comprensione della poesia?
Spessore del tempo trascorso tra fieri e l'oggi?
Spessori tra il visibile e l'invisibile, tra il concreto e l'astratto, tra il noto e l'ignoto, tra la vita e la morte?
Spessore del corpo che imprigiona e appesantisce l'anima?
Si potrebbe continuare ancora per molto, ma non avremmo la certezza di sapere il vero significato del termine. "Le risposte possono essere infinite"!
D'altronde lo scopo (almeno il mio) non è quello di "vivisezionare" l'anima di Pina Majone nè di cercare una determinata "chiave di lettura" della sua poetica, che ne potrebbe "sminuire significati e intenzioni". E' bene lasciare aperto il vastissimo campo delle interpretazioni della Poesia.
Ogni lettore "interroghi con la sua anima l'anima della Poetessa", prenda atto delle "infinite risposte" che ne riceve e ne accetti le migliori, le più consone alla propria natura, quelle che potranno illluminare meglio il proprio cammino terreno.
Avere trattato del titolo del libro è servito ancor più a spaziare nel mondo poetico dell'Autrice; è servito (mi auguro!) ad indicare quale lavoro, quale approfondimento deve fare ogni onesto amatore dell'opera poetica per sentirne la "magica fatica" e migliorare se stesso.

 

Conclusione
Non sappiamo con certezza quale fu l'aspetto fisico e la vera natura di Saffo, al di là di ogni deformazione che di lei si è avuta nel tempo, a noi piace ricordarla come la più grande poetessa del mondo greco e dell'antichità, creatrice della più bella lirica d'amore di tutti i tempi, simbolo puro dell'arte poetica.
Saffo di Lesbo, figlia di Clèide, madre di Clèide, cantò l'amore per le fanciulle del suo tíaso, cantò la loro bellezza, cantò le delusioni e le gioie dell'amore, la fine di un rapporto e la speranza di rinnovarlo.
Il suo canto, tuttavia, fu il canto d'un "io" solo, con un unico sentimento, espresso in una sola direzione; fu solo un canto di primavera.
Oggi, a distanza di ventisei secoli, Pina Majone, questa sublime e preziosa poetessa di fine millennio, canta il suo "io" in tutte le sfaccettature dell'esistenza: un canto per tutto il mondo, un canto di tutte le stagioni.
Personalmente, alla fine di ogni "rilettura" del libro, provo un'intensa commozione unitamente ad un senso di felicità e di elevazione spirituale.
E' questo l'effetto taumaturgico e miracoloso della "vera" poesia; con essa, pur nell'effimero soffio di un canto, si realizzano i sogni del cuore e, forse inconsciamente, l'anima si veste dei panni di future dimensioni in "improbabili cieli".
Pina Ma-ione ha scritto molto in poesia e nel prossimo futuro avremo modo di conoscere altre sue pubblicazioni; a noi, per conoscerla, apprezzarla, amarla spiritualmente, è bastato questo suo primo libro: "Spessori".
Con "Spessori" I' Autrice, oltre a farci gustare uno dei canti più alti della poesia di fine secolo e di fine millennio, pone fine ad un periodo di incertezza poetica, ristabilisce un certo ordine nella sostanza, nelle forme e nell'etica, superando nettamente ogni confusione, ogni crisi morale ed epistemologica, e costituisce una prova di ritorno ai valori, alla vera poesia.
Con "Spessori" ci aiuta a lenire i nostri dolori, propone nuovi significati, nuovi valori alle nostre esistenze ...... fabbricando miti" per noi.
Lei che, da "anomala creatura", da poetessa universale, ci ha regalato le sue "divine rifrangenze", queste plastiche stille del suo sublime sentire poetico, raccolte col cuore attraverso "tutte le stratificazioni dell'infinito", in una vita che ormai è tutta un profondo, luminoso pensare poetico.

========


NOTA BIOGRAFICA(1)
- La poetessa calabrese Pina Majone Mauro, professoressa di Lettere e ricercatrice storica, è nata nella Locride, ma vive da tempo tra Lamezia Terme e Roma, dove è conosciuta per la sua attività di docente, pubblicista e poeta.
Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: 1987 - "Spessori" - (Ed. Temesa - Roma) - 1997 - "Diapason" - (Ed. Rubbettino - Soneria Mannelli) - 2000 - "La mia Isla Negra" - (Ed. Fermenti - Roma) - 2005 - "Brevis et Cetera" - (Ed. Lepisma - Roma) -
Opinionista e critico letterario ha collaborato alla rivista "Calabria 2000" con brevi saggi su personaggi illustri; i suoi articoli hanno trovato spazi favorevoli su altre riviste e giornali come "Calabria Letteraria", "Il Veltro", "Il Corriere di Roma".
Insignita di "Medaglia d'oro Calabria" a Roma nel 1998, ha vinto molti e prestigiosi premi partecipando attivamente alla vita culturale della sua Regione e a quella della Capitale.
Le sue poesie, presenti anche in diverse antologie, sono state tradotte in greco dall'indimenticato poeta Febo Delfi (Atene 1987) e in rumeno dal prof. R. Magherescu, che ne ha fatto oggetto di studio fra gli studenti di Cultura Mediterranea alla Università di Costanza (Romania).
Particolare attenzione si deve al suo impegno civile in difesa dei valori di civiltà e cultura da sempre presenti nella sua amata Calabria, che Ella difende con decisione e forza morale, documentandone i pregi e le ricchezze nei vari campi dell'arte e della scienza. Nelle sue liriche di eccellente fattura e di profondi significati si coglie l'eco soffusa della grande civiltà classica dell'antica Grecia, con i suoi miti, le sue leggende e i suoi valori. -


(1) a cura di Pasquale Funaro - Avigliana (To) Ottobre 1995

free template joomla 2.5