Cenni storici

Il terremoto del 1638 nella Piana lametina nel racconto di Agatio Di Somma

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disommacope

di Antonio Raffaele

Molti hanno scritto sul funesto sisma del 1638 che devastò la Piana lametina, ma nessuno ha mai riportato quella che si può definire con certezza la fonte storica principale sull'argomento, ossia L’Istorico Racconto dello scrittore Agatio Di Somma, a cui si riferirono, anche senza citarlo, gli storici nicastresi Giuliani e Maruca.

Il libro fu pubblicato nel 1641 a Napoli; si tratta di un piccolo volumetto, ma la relazione dei fatti in esso contenuta rappresenta allo stato attuale la più accreditata indagine di quegli eventi da cui si possono ricavare notizie attendibili.

disomma Il Di Somma dichiara in alcuni casi che quanto raccontato dalla popolazione é più frutto dello spavento che della verità per via dell'«usanza del volgo, solito d'ingrandir negli insoliti avvenimenti tutte le cose».
Nel riportare alcuni eventi, l'autore in verità lascia trasparire un forte senso di disperazione, in evidente segno di partecipazione delle tante morti innocenti.
Onde rendere più agevole la lettura abbiamo utilizzato una nuova punteggiatura e modificato l'ortografia di alcune parole, lasciando per il resto intatto il linguaggio del testo originario.

Santa Eufemia
: -Fra i luoghi che maggiormente soffriron la strage, fu Santa Eufemia della giurisdizione di Malta, posta in riva del mar Tirreno. Questo castello(1), famoso ricovero a tutte le barche che costeggiavano quelle riviere, restò talmente sommerso nelle proprie ruine, che a pena riman miserabile avanzo, onde possan i naviganti mostra a dito l'antico lor porto, che in se stesso patì naufragio. Sorgeva quivi un celebre tempio dedicato a San Giojvanni Battista per antichità, e lavoro di fabriche insigne, in modo che più volte era agli habitanti servito in vece di chiesa per secura fortezza contra I'invasion di galere africane. Questo che si era mostrato inespugnabile contra l’arme di barbari, cadde espugnato ad un crollo. e oppresse buona parte di quelli istessi che altre volte haveva protetto.
Trovavasi in quella chiesa il Padre Francesco Pistoia dell'ordine riformato di San Francesco: ascoltando le sacre confessioni mentre egli avea già disciolti alcuni dalle loro colpe, e in altri esercitava quell'officio di salute immortale, restò con esso morto e sepolto.

abbazia

Haveva questo Padre peregrinando, scorso gran parte dell'Oriente, adorato in Gerusalem[me) il venerabil sepolcro di chi morendo vinse la morte, e tutti quei luoghi, che - quantunque in grembo degli infedeli - ritengon nome di Santi. Ridotto alla fine in Catanzaro, sua patria a tempo, che sperava nella quiete goder la gloria di sue fatiche, trasferitosi a Santa Eufemia, quasi a diporto incontrò quei pericoli di fortuna, che havea felicemente [s]cansati fra gli errori di tante Provincie e di tanti mari.
Perì con esso lui Onofrio Cataneo su il primo fiorir della gioventù. Proseguia questo giovanetto le vestigia del Cavalier Antonio, suo zio, nel continuar l'affitto di quel Castello, ma ne[i] desiderij degli honorati guadagni perdè miseramente se stesso. Purché ricercato con ansiose fatiche più volte, e sempre indamo(2) il cadavere, fu forza ai parenti sparger le lacrime su congerie di sassi, come sovra a publico tumulo abbandonarlo privo d’honorevole sepoltura, non per altro, che per essere stato soverchiamente sepolto.
Era, la medesima matina del terremoto, Girolamo Gervasi da Catanzaro partito alla volta di Santa Eufemia, e per compir sicuramente anzi sera il camino, avea tutto il dì con impatienza spronato il cavallo: infelice, che non sapea d'affrettar nell'altrui fretta se medesimo alla morte, e che il proprio suo sprone era stimolo del suo fato. Smontato appena si trovò tempestivamente per esser oppresso dalle ruine e nel fine della giornata cominciar più duro viaggio. Volse qua la sorte fra i tragici avvenimenti far mostra delle sue forze.
Un nocchiero, al tempo che nel Publico Palazzo riceve il Nolo delle merci, quivi condotte, cascando quell'edificio, fu da un trave del pavimento ruinoso fra l'inforcatura del ventre preso, e balzato in alto lontano dalle ruine. Seppe la sorte aprir[g]li la strada della salute per l'aria, quando quella di terra era in tutto serrata dai pericoli, e dalla morte, e col gittarlo precipitoso liberarlo dai precipitij. Egli ancor che stordito dallo spavento,
e felicemente mal pesto, sollevandosi corse più che di fuga barca, lasciando quelle funestissime spiagge, già che il mare li riusciva più fedel della terra.
Quivi, poco distante, s'aperse in profonda voragine un pozzo, che mandava fuora fetide esalationi di solfo. Mancarono in quel Castello duecento anime in circa: poco di vantaggio erano gli habitanti. Vidi ultimamente i sovravanzati, che abbandonato l'antico, come infausto alla lor memoria, fabricavano in un sito più rilevato, e ameno, e d'aria via più salubre, se pestifera, e inimica altre volte non si mostrerà loro la terra.»

borgocraparizza

Sambiase
: «Non molto quindi lontano sorgeva in una fertil pianura San Biasi, che corse non dissimil fortuna, se non che questo per la frequenza di terrazzani sentì maggiore a strage. Cinquecento se ne annoveraron[o] tra i morti, tra i quali alcuni per le strade esalarono anima, non offesi, non tocchi dalle ruine, e non d’altro percossi, che dal terrore, quasi che il terremoto adempisse l'officio di fulmine, che talvolta senza percoter uccide.
Farò particolar mentione d alcuni casi, che come con la loro singolarità si distinser[o] dagli altri, così noti mi è parso di abbandonarli fra la confusione degli accidenti.
Stavasi assisa, a lato di una muraglia incontro al sole, temperando il freddo della stagione, una femmina poco ben che decrepita, con cinque suoi nipoti d'appresso. Questa al formidabil insulto del terremoto pazzamente sacciuta lo disse: «Non vi movete figlioli: questo è il di del Giudicio! e in un punto riservatosi, in pezzi il muro le coperse e oppresse. Una sola, che accortamente non credula si spinse alla fuga, si mise in salvo, e superstite a lacrimarle.
Si ritrovò tra le ruine una donna che curvatasi sopra un suo figliolino, morta ancora, lo proteggeva conservandolo vivo. Fra gli intoppi, e impedimenti, di legnami, e di sassi, che non affatto oppresser le forze di quella misera genitrice, si scorgeva dell'atto della sua positura, che abbandonando la vita, non havea abbandonato l'affetto materno nel difender da pericoli il figlio. Questi tratto finora all'aperto sorbendosi dagli occhi la polvere, con un riso puerile riguardava i vivi rimasti. Accorsovi il padre e riconoscendo l'infelice consorte, e il fortunato fanciullo piangeva mostro di maraviglia con doppie lagrime d'allegrezza e di doglia.
Ma se questa ancor che estinta preservava salvo il figliuolo, un'altra nel soverchio affetto di salvarlo l'uccise. Teneva, su il punto del terremoto, povera madre fra le sue braccia un bambino, che con vezzi fanciulleschi scambievolmente la riabbracciava: Ella leggiermente dalle pietre cadenti offesa: ma più dal timore, che non fosse tocco il suo figliuolino, fortemente fra gli amples [s]li stringendolo, incautamente lo soffogò, e con troppo desiderio di preservarlo l'uccise. Infelicissima sovra modo quando scampata dai pericoli si ravvide, che portava seco il cadaveretto di suo figliuolo, non più il figliuolo. Quali all'hora furono i suoi sentimenti, quali le disperationi, quali i dolori, bagnandolo, riscaldandolo intempestivamente di lacrime, e di sospiri, quasi havesse speranza di ravvivarlo fra quelle braccia, che l’haveano già ucciso e desiderando le ruine, le morti, che per prima fuggiva Fortunato.
Scaturivano a fianco a San Biasi in mezo d'una vallata, i celebri bagni di solfo, che dall'antichità abbandonati, e quasi che secchi, appena bagnavano il suolo. In questo tremor di terra scorgaron si largamente, che gareggiando co[i] fiumi, portaron più vivo ceruleo al mare, per lo spatio di molti mesi, sin che a poco, a poco mancando. si son di nuovo ridotti all'antica sterilità. Quasi che la natura prestasse per alcun tempo agli offesi dalle ruine i vecchi rimedij della salute. All'incontro la terra s'inghiottì tra le fauci un limpidissimo fiumicciuolo, che sdrucciolava dalle coste d'una montagna, mostrandosi, in rin punto liberale. e avara, già che nel vomitar l’acque sulfuree ,s'ingoiava le limpide e cristalline.



Nicastro:
««Ma quindi all'incontro a[i] piedi della montagna, me si [offre] offerisce davanti, non dirò già Necastro, ma più tosto il cadavero di Necastro. Stava situata questa città, parte nella piaggia del monte, e parte nella pianura, e nel rialto di un poggio, quasi in trono rappresentando la sua padronanza, il castello edificato (se de [v]e credersi al volgo) dal Re Federico. Quella parte della città, che posava su il piano, come svelta dalle radici, sbalzò all'urto del terremoto in alto, e ricadde in ruine sovra le sue vestigia; restando in un punto sep[p]elita, e sepoltura di gran parte di suoi cittadini, che seco oppresse.Quella parte, che si sporgeva sul declive del monte, benché più disposta al precipitio, più si sostenne, anorché in miserande relique. Il castello da tutti i lati ruinò in vasti mucchi di sassi, ma si mantennero illese nel più basso fondale [le] carceri, [che custodivano] (...) i rei, [i quali) chiamavano per ischerzo quella prigion Paradiso, perché con l'angustia delle volte, con l'oscurità, col fetore era simulacro d'un inferno; ma infatti riuscì loro fortunatissimo paradiso, già che non hebbe adito d'entrarvi la morte.
Alcuni [prigionieri] (...) per leggieri delitti ammessi in sicurtà, vagavano sciolti per il castello, perirono tutti al tempestar delle pietre. Così a questi nocque trovarsi rei di colpe leggiere, e a quegli altri le sceleragini maggiori furono di salvezza.
Morì nel suo proprio Palazzo D. Cesare d'Aquino, Principe di Castiglione, e Signor di Nicastro. Questo Cavalier al primo strepito della terra si mise in fuga, ma cascando sotto i suoi piedi il pavimento della camera, dove si tratteneva, precipitò ruinoso, e dietro di lui gran mole di legname, e di pietre, quasi perseguitandolo a morte. Infelicissimo Principe, che si vide atterrato in un punto. S'impiegarono i suoi vassalli a ricercarne il cadavere, e dopo le fatiche d'alcuni giorni, lo ritrovarono squarciato dalle percosse di sassi, non pur ucciso.
Misera condition di mortali, che nascendo alla luce, alto non conseguiscon che d'essere esposti al ludibrio della fortuna, e a tutti i generi di disgratie.
Assai men diverso fu il caso di D. Laura d'Aquino sua moglie. Questa Principessa, anorché gravida pienamente, si era in sedia(3) condotta alla Chiesa de' Padri, che sia chiamano Riformati, per assistere alle preghiere dell'Hore, che quivi si celebravano. Sovragiunto il tremor della terra, e precipitando col soffitto le travi, le tegole, e parte delle pareti, o che da legnami attraversati non fosse tanto offesa, quanto protetta, o che la difendesse la sua pietà, fu solamente percossa gravemente al braccio sinistro, e leggie[r ]mente nel fianco. Accorvisi alcuni, che quanto meno pij, altrettanto più fortunati vagavano fuor dalla Chiesa, e riconosciuta la Principessa alle grida, la sottrassero dalle ruine. Partorì poche settimane da poi fra tante calamità, felicemente una figlia,(4) perché ella maggiormente riconoscesse i beneficij di Dio: già che volse in lei sola salvar due vite.
La fortuna, che si mostrò men'aversa a Donna Laura d'Aquino, fu favorevole a pieno a Don Tomaso suo fratello, Prencipe di Santo Mango.(5) Era egli su l'alba, accompagnato da suoi domestici. partito per incontrar Don Luigi suo figlio, che ritornava da[lla] Fiandra: felicissimo Padre in se stesso, ma più felice nel suo figliuolo, il ritorno del quale sottrasse ambidue tempestivamente ai pericoli della morte. Trovavansi nella chiesa, che noi dicemmo dei Riformati, concorsi allo spettacol dell'hore, d'ogni età, d'ogni sesso oltre il numero di seicento. Questi mentre pascevan nel sacro apparati, non meno i sensi, che l'animo di musiche armoniose, e di contemplationi divine, al precipitar, allo strepito del tetto, delle pareti convertirono in mestissime grida, in pianti, la soavità delle voci.
Datisi molti alla fuga, a salvarsi, la fretta, la calca, il desiderio comune della salute, l'intricava, li tratteneva, l'impediva a salvarsi. Alcuni incontinente affatto oppressi spiravano. Ne qui terminò la loro calamità. Di breve s'accorsero quanto fossero stati avventurosi coloro ai quali non havea le ruine perdonata la vita. Era quivi, per uso della lor Principessa, acceso un bragiere. Questo riversatosi al suolo, e a poco a poco apprendendosi il fuoco in quei secchi legnami, si avanzò subito in fiamme, e consumò miseramente quegli infelici, quasi non fosse stato sufficiente il furor della terra, se non havesse congiuratosi l'elemento del fuoco.
Con che sentimenti, con che occhi di pietà, di dolore videro gli scampati, udirono i sovravissuti gli ululati, i pianti, le strida delle lor mogli, dei figli, degli amici, de[i] lorlo] parenti inalzarsi confuse fra le ruote delle vampe, e del fumo di quelle fiamme divoratrici de[i] lor [o] più cari.
Ma ne[I] punto, lutto minore si raggirava per l'altre parti della città. Haveva dijfresco prosperamente una gentil donna partorito un bambino, e eran nella sua casa concorse molte dame, con esso lei d'amicitia, o di parentele congiunti. Mentre ella posandosi in letto, lieta riceveva gli officij amorevoli, e scambievolmente si ralle¬gravano della felicità del parto, ecco alle scosse del terremoto tremar, precipitar l'edificio, e il sollevarsi, il compiangersi, l'abbracciarsi quelle misere donne, non più, come dinanzi, per officij di cortesia, ma per gli ultimi della morte, fu solo un punto. Le braccia, e il sen materno, che al fanciulletto eran culla, riuscir feretro, e la camera, che con rallegrezza le raccoglieva, si fe[cel comune sepolcro.
Né molto diversi eran nel Palazzo Vescovile gli avvenimenti: Giulio Grasso Romano all'hor Vicario di questa diocesi, a tempo, che in riguardo della sua carica amministrativa ai litiganti ragione, vide quelli e se stesso, dalla polvere [e] dalle pietre coperti. Quelli aver finite con la vita le liti, e sé rimasto in più parti percosso, e dal fianco
in giù sotterrato fra le ruine avanzato a contender un poco più con la morte, e col suo infortunio.
Che spettacolo fu di misera il vederlo, il sentirlo chiamar indamo soccorso. Svelto alla fine da sovravissuti concorsivi, quali che a forza da quei ruvidi mucchi, ma tutto acciaccato e infranto fra dolori e angoscie, nello spatio di tre giorni chiuse l'ultimo dell'età.
Da più soave dispositione di case era stato guidato Monsignor Mandosio suo Vescovo, che secondando il suo genio allegro, era con molti di suoi familiari e canonici, uscito a diporto verso il convento de[i] Padri Cappuccini, fuor dalle mura. Vide egli solamente cascar precipitosa la sua chiesa, la città tutta, né d'altro fu ferito, che nell'orecchie, e nell'animo del fragor delle case che ruinavano al suolo. Sbigottito da quell'orribil aspetto, e dai pericoli sovrastanti, continuando il tremor della terra, s'accinse alla volta di Roma. Ma giunto prossimo alle montagne di Martorano, e inteso il caso di Monsignor Luca Cillesio Vescovo(6) di quella città - che gravemente ferito, e mal pesto, non havea voluto per curar le sue piaghe, né memo uscir dai limiti della cura dell'anime a lui commesse - rimase nelle sue prime resolutioni irresoluto e sospeso. Deliberò per tanto di sentirne il consiglio di quel buon Vescovo. Fu fama per la sua provincia, che quel prelato huorno d’antica severità di costumi, dimando dichiarasse liberamente in questa forma i suoi sentimenti. Ch'egli in conto veruno approvava la deliberatione di Monsignor Mandosio, d'abbandonar la sua greggia nelle maggior necessità.
Dove hot fosse la primitiva disciplina della nostra religione, e gli esempi d'andar incontro a tiranni, incontro alla morte, ove il bisogno lo richiedesse, quando il Pastor, così facilmente negli accidenti della Natura, se ne fugiesse?
Il correr alla Corte di Roma havrebbe servito a dame l'avviso, o più tosto a far con la sua presenza viva testimonianza della sua fuga. e dei suo mancamento?
Riferito questo a Monsignor Mandosio, e mosso più dall'esempio, che dalle parole, ritornò indietro ai pericoli, al governo della sua chiesa. Quivi accomodatisi, come gli altri in una baracca, o che pensasse di tempestar il timore, o d'indurre in se stesso e nel popolo con l'allegrezza qualche dimenticanza delle mestizia, cominciò lentamente a banchettar con gli amici, e a nutrirsi più di quel, che portavano i disagi del corpo, che alla giornata per le vigilie, e timori si toleravano. Infermatosi perciò gravemente, se ne morì nel mezo corso degli anni.
Perirono con l'eccidio di quella città da duemila cittadini, e quel che rappresentava horridezza maggiore, era, che in un luogo nien si sentiva grido, o gremito alcuno. Solo congerie di sassi, muta immagin d'ammucchiati selpolcri. Altrove, o strida, o sospira o singhiozzi di chi dimandava aiuto, di chi gemeva, di chi spirava, e per tutto campo o di lutto, o di morte.»

 


Note

 

1.Termine in proprio per indicare porto, rifugio.
2.Indarno, invano.
3.Portantina.
4.Si tratta della piccola d°Giovanna d’Acquino.
5.Secondo nostra ipotesi trattasi in verità non del fratello ma del padre, nocchè zio e suocero di d°Cesare D’Acquino suo marito (cfr.Storicittà n.80/1999 pag.416).
6.Si tratta di Luca Cellesio da Pistoia.

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* L'articolo è tratto dalla rivista d'altri tempi "Storicittà" anno IX,n°91, mese Ott-Nov. 2000,Direttore Responsabile ed Editore Massimo Iannicelli.
- Produzione vietata salvo consenso dell'editore - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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