Cronache tra il 600 ed il '700

Quando nell’agosto del 1765 la diletta popolazione di Sambiase ricevette l'autonomia dalla Città di Nicastro.

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nicastro

Quando nell’agosto del 1765 la diletta popolazione di Sambiase ricevette l'autonomia dalla Città di Nicastro.

di Giuseppe Ruberto

 

Le difficoltà della giustizia che imperversava in tutto il feudo dei d'Aquino nella seconda metà del Settecento, e i perenni problemi di reciproca convivenza tra le comunità di Nicastro e Sambiase portarono alla denuncia/supplica da parte dei rappresentanti della popolazione di Sambiase, ottenendo storica autonomia. (1) Questo grazie al placet scritto della padrona del Feudo… la Principessa di Castiglione, Vincenza d'Aquino Pico.
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Il fatto. La popolazione di Sambiase che in quell’anno (1765) contava all’incirca tremila abitanti, era angustiata da diverso tempo a dover giornalmente recarsi presso la Città di Nicastro ove poter svolgere le necessarie incombenze ammnistrative, civili e criminali. Il pericolo di essere uccisi come più volte era accaduto su quella via (oggi via Marconi) portò il popolo alla ribellione. Fu per tale motivo che il ceto dei nobili elegge il mag.co Gennaro Barone quale loro rappresentante al fine di poter avviare denuncia-supplica scritta alla principessa di Castiglione, Vincenza Maria D’acquino Pico. (2)
I punti salienti di tale storico documento furono rogati davanti ad un regio notaio "Sambiasino" (3) dove nell'atto si sanciranno i termini della richiesta di autonomia da parte dei cittadini, che qui riportiamo:
- Che la Terra di Sambiase doveva avere un Mastro-giurato indipendente e “non servo del Mastro-giurato di Nicastro” - Tutto ciò per scongiurare confusione, scompiglio, disordine!
- Che il Mastro giurato amministri giustizia in detta Terra di Sambiase fra i suoi cittadini in tutte le cause, civili, criminali, e miste, ritenendo presso di se in detta Terra archivio separato di tutti li processi, che si formeranno, così civili, che criminali.
- Che il Mastro-giurato destinando in detta Terra di Sambiase dall'E.V. sia uno di quei Galantuomini togliendosi l'abuso di eleggersi fra gli artigiani, o gente bassa, il quale indipendentemente di quello di Nicastro con suoi frati giurati, e sotto Mastro-giurato eseguisca gli ordini di V.E
- Che i Cittadini della supplicante Università che dovranno essere carcerati, non debbano esser trasportati nel castello di Nicastro, ma rattenuti nelle carceri proprie di detta Terra e possano essere alimentati da propri congiunti col peso all'Università;
- Che per tali grazie che vi saranno concesse, il Governatore di Nicastro non dovrà apporre gelosia, creando intorbidati malcontenti tra i Cittadini, ma difendere quel diritto che de Jure le compete per conto dell'Università supplicante.
Altresì si evidenziavano le malefatte del Governatore, il quale era interessato più a distribuire giustizia per la sua Citta, che per gli abitanti dell’Università di Sambiase.
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A seguito della predetta supplica, la Principessa d'Aquino accorda l’ autonomia alla diletta Sambiase ... con la seguente motivazione:
[ ..Per quanto spetta a noi, e dipende dalla nostra potestà, veniamo ad accordare alla diletta nostra Università di Sambiase la facoltà di restar separata, e divisa in quanto all'esercizio della Giurisdizione dall'Università della Città di Nicastro, obbligandoci noi di crearli, e destinarli in ogni vacanza un Governatore separato da detta Città, il quale abbia a riconoscere tutte le cause delli Naturali di Sambiase, così civili, che criminali e miste, con tutte le facoltà, e preminenze, che a detti Governatori de jure competono; quale nuovo Governatore in futurum abbia da ritenere in Sambiase, e presso di se un Archivio distinto, e separato da quello di Nicastro di tutte le cause, che si agiteranno, senza poter mai più obbligare la detta Università di Sambiase a dipendere dal Governatore pro tempore di Nicastro; quale nostra grazia, permesso, e consenso s'intenda dato, ottenuto, che sarà il Regio Assenso, quatenus opus sit, quale Assenso la suddetta Università di Sambiase lo dovrà procurare a proprie spese, non volendo noi esser tenuti a cosa alcuna, intendendo di prestare il nostro consenso tale quale, non potendo noi in nessun caso esser astretti ad evizione, o a manutenzione di lite per detta causa, obbligandoci solamente di far valere il presente consenso in ogni tempo, per quanto da noi discende. Ci contentiamo che risedendo il Governatore nella nostra Terra di Sambiase, e reggendo giustizia separatamente da quello di Nicastro, debbano tutti i rei, si per cause civili, che criminali, e miste, ritenersi carcerati nelle carceri, che al presente esistono in detta Terra, a condizione però, che siano della detta Università rese sicure, e quando occorre restaurate, tutte le volte, che ci sarà bisogno, per custodia delle quali dovrà esigere da carcerati a tenore de Reali ordini, e banni, i diritti che spettano, riserbandoci però la facoltà di provvedere, siccome sarà espediente, per li carcerati inquisiti di delitti, che meriti pena, oltre la relegazione. Da oggi in avanti eleggeremo per Mastro giurato uno del corpo Nobile di detta Terra di Sambiase, pagando però li diritti. e questo eserciterà la sua Giurisdizione indipendentemente dal Mastro giurato della Città di Nicastro, e ciò s'intenda dal giorno, che il Governatore avrà preso il possesso, in virtù del quale eserciterà la sua Giurisdizione. E finalmente in nostra fede, e sulla nostra parola ci obblighiamo a mantenere le suddette grazie, di nostro piacere accordate alla nostra Università di Sambiase, per quanto da noi dipende, e non altrimenti. Ben inteso, che intendiamo, ed espressamente si senta, che la ricognizione dei ducati settecento, ed altro contenuto nel capitolo del presente memoriale, che incomincia all'incontro essi supplicanti, con quello che segue sino alla fine sia per la concessione in beneficio d’essa Università di Sambiase, e suoi Naturali, e solo nostro senso, e beneplacito, senza però volere affatto sapere, o avere ingerenza alcuna, o ad essere ad altro tenuta per l'esito potrà avere in contraddizione d'altri, e ragioni, che forse potranno essere addotte in contrario, tanto per il Governatore, che per il territorio, e Giurisdizione sopra lo stesso; ed acciò le presenti grazie siano in ogni tempo valiture, ordiniamo al nostro Segretario, che registrata ne i libri della nostra casa, e munita del nostro solito sigillo, la consegni originalmente da noi firmata in potere degli attuali Sindaci di detta nostra Università di Sambiase, affine di conservarla nell'Archivio].
Da Decollatura 10 Agosto 1765
La Principessa di Castiglione Vincenza Maria d'Aquino Pico
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Note
1. Archivio di Stato di Catanzaro, sez. di Lamezia T, fondo notai di Sambiase- Prot. Notaio P. Agapito, 1765
2. Vincenza Maria d’Aquino (n. Napoli 15-12-1734 + ivi, 8-10-1799), principessa di Feroleto dal 1737, 7° Principessa di Castiglione, 8° Principessa di Santo Mango, 2° Duchessa di Nicastro, 8° contessa di Martorano, Signora di Falerna, Motta Santa Lucia, Sanbiase, Serrastretta, Turboli, Zagarise, tutti i feudi e i titoli passarono alla famiglia Monforte.
3.  Francesco Raffaele nel pubblicare sulla rivista “Storicittà (anno IX n°84, mese gen/feb 2000, pagg.22/24) tale supplica, in premessa scrive: [ La difficoltà di raggiungere la corte di prime cause di Nicastro, sia per la distanza che per i pericoli del tragitto, stanno alla base di una richiesta dell'Università di Sambiase, presentata dal capo eletto dei nobili Gennaro Barone. Allora il tratto che separava i due paesi, che oggi percorriamo in pochi minuti, era molto disagevole ed irto di pericoli dovuto ai briganti che si nascondevano nel bosco.In questa supplica oltre ad elencare i disagi ed i pericoli, si chiede maggiore autonomia dalla città di Nicastro, con la designazione di un governatore e mastrogiuraio autonomi, e la possibilità di avere carceri propri, senza dover dipendere dal castello di Nicastro. Le difficoltà della giustizia non erano un problema solo per Sambiase, ma di tutto il feudo dei d'Aquino; ed inoltre i problemi erano già di vecchia data. Una supplica inviata dal mastrogiurato di Nicastro nel 1726 rivolta a Don Alessandro d'Aquino oltre a fornirci notizie sul ruolo di mastrogiurato previste dalle pandette, parla dei soprusi subiti,tanto che questi con lettera inviata da Motta del 14 ottobre rispose «Vogliamo che in tutto si osservino le Pandette enunciate confermando noi tutti i Privilegi contenuti in esse, e conceduti dai nostri Predecessori ai magnifici mastrogiurati pro tempore della nostra città di Nicastro ed in specie intorno ciò che concerne l'esigenza dei pedatici retro espessi]. Si può concludere, scrive lo stesso Francesco Raffaele, che la malagiustizia era lo specchio fedele del degrado civile e morale della società (chiesa compresa) del tempo!

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