Cronache tra il 600 ed il '700

Il contrassegno notarile

di Giuseppe Ruberto

Gli archivi sono il luogo della memoria, una memoria da decifrare, interpretare. tradurre...Tra i fondi archivistici che mi hanno trasmesso quel sapere storico ci sono sicuramente gli antichi rogiti dei nostri notai. Documenti, questi, che a renderli fruibili sono in pochi a saperlo fare! Una volta compreso il loro linguaggio il rogito si apre come il sipario di un palcoscenico dove il regista è il notaio, l'aiuto-regista è il giudice a contratto, gli attori sono la comparsa dei contraenti, il pubblico sono i testimoni.

Il nostro regio notaio acquista la publica fides, il potere di dare valore pubblico ai suoi atti che compilava e sottoscriveva con la sua firma, preceduta da un piccolo disegno detto "Signum" (simbolo difficilmente da imitare) costituito da un disegno elaborato a mano con ornamenti geometrici e decori floreali di gusto artistico dell'epoca. con in alto il segno di una croce.

Apposto al documento, permetteva di distinguere inconfondibilmente il singolo notaio e di certificare l'autenticità dello scritto.

In conclusione per il regio notaio del tempo il signum era “emblema” forse molto più meritato di quelli trasmessi dalla nobiltà per eredità di sangue. 

Usato fino all'inizio del XIX secolo venne sostituito con l'incisione su legno o metallo simili ai timbri che oggi conosciamo.

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Nella foto alcuni signum tabellionis appartenenti ad alcuni notai di Sambiase che rogarono  nel Settecento.

Giuseppe Ruberto, ricercatore e divulgatore storico.

Gli Speziali di Sambiase tra la seconda metà e la fine del Settecento

La spezieria era una bottega-laboratorio dove si preparavano e si vendevano medicamenti a base naturale. Personaggio alchemico lo speziale , profondo conoscitore di erbe medicinali il cui titolo, per gli studenti meridionale, lo conseguiva presso l’Universitaria di Napoli, la cui sede era nel Convento del Salvatore. Furono proprio i monaci medioevali a diffondere la scienza botanica e quella dei medicinali.

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Nicastro 1757: testimonianze intorno allo scandalo del vescovo Achille Puglia

di Antonio Raffaele

Verso la fine dell'estate del 1757 scoppiò un grande scandalo a Nicastro, in mequito ad alcune lettere anonime o con firme false, inviate al sovrano, alla Sacra Congregazione di Roma, ed al Nunzio Apostolico di Napoli, recanti accuse sull'attività pastorale del vescovo Puglia, e su alcuni abusi verso le autorit e cittadini comuni. Le a, cuse dei ricorsi si estedevano anche sull'operato dell'Arcidiacono D. Smeraldo Puglia, fratello del Vescovo, e del Vicario Generale D. Cataldo Corrado. Lo scandalo si estese così tanto che le persone chiamate in causa come firmatari delle denunce non solo negarono d'esserne gli autori, ma testimoniarono sulla condotta zelante e prudente del vescovo come pastore della Chiesa e degli affari della Diocesi.

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Malcostume, liti, delitti e soprusi nella Nicastro di fine Settecento

di ANTONIO RAFFAELE

Nel 1790 la Principessa Vincenza D'Aquino Pico era rientrata da Napoli nei suoi feudi lametini i quali da molto tempo erano governati da Agenti Generali che agivano in suo nome. La città di Nicastro era pertanto divenuta di fatto proprietà di quattordici famiglie nobili che detenevano non solo l'amministrazione dell'Università, ma il potere economico e sociale della stessa. A riprova di ciò, lo storico Giovanni Maruca narra - con alcune inesattezze - di una lite scoppiata nel 1790 tra un servo della famiglia d'Ippolito, tal Francesco Mazza, ed un attendente della Principessa. Da un'attenta ed approfondita ricerca è emerso che l'anno riportato dallo storico non è esatto, in quanto l'episodio avvenne nell'aprile del 1791, lo stesso, poi, tace sul nome dell'altro contendente, ossia tal Santo Marcello.

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L'affidamento nel 1782 dei feudi lametini dei d'Aquino all'amministratore Valignani

di Francesco Raffaele
Assieme a quelle dei De Balzo, degli Acquaviva, dei Ruffo, dei Celano, dei Sanseverino e dei Piccolòmini, quella dei d'Aquino fu una delle piú illustri e nobili famiglie italiane, annoverate tra le sette grandi Casate del Regno di Napoli.
Essa godé del privilegio del conio e della zecca e nel corso di quasi mille anni esercitò complessivamente il dominio su 115 baronie, 4 contee, 9 principati, 7 marchesati e 7 ducati.
Stabilitisi definitivamente in Calabria dopo alterne vicende, i d'Aquino tra il XV ed il XVI secolo divennero una delle famiglie piú potenti della feudalità calabrese. La massima espansione dei loro possedimenti nel XVII secolo comprendeva: il Principato di Castiglione, la Contea di Martirano, i feudi di San Mango d'Aquino, Motta Santa Lucia, Conflenti, Zangarona, Pedivigliano, Sambiase, Terravecchia, Nicastro, Serrastretta, il Castello del Savuto ed il Principato di Feroleto.

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I “jussi” del Mastrogiurato nella Nicastro del ‘700

di Antonio Raffaele

Attraverso l'antico documento di seguito proposto è stato possibile ricostruire la figura del Mastrogiurato a Nicastro nel corso del '700.

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