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Tra la leggenda e la storia

Tra patriotti e brigantaggio

(Capo Brigante Calabrese Anon. Napoli)

Il brigante Lorenzo Benincasa (1)

nacque in San Biase da un padre di professione falegname ma comodo di sostanze: procurò il padre di dargli un'educazione civile e lo pose alle scuole, ma il figlio spiegò sin dall'infanzia quel carattere atroce che in seguito ne formò il primo assassino della provincia all'età sua di anni dodici uccise con un colpo di pistola la sua sorella carnale indi cresciuto rapi la moglie di Vincenzo Greco, e si diede in campagna e poi uccise il marito; divenne in quei tempi il terrore delle antiche squadre di Catanzaro, con le quali ebbe molti conflitti e molti di loro restarono estinti e massacrati.
Nel 1799 corse dietro al cardinale Ruffo, saccheggiò e incendiò in diversi paesi, ritornò subito a mettersi in campagna ed uccise con sevizie Giuseppe Anzelmo soldato veterano, due fratelli di casa Davoli uno de i quali era ferito, e molte altre furono omesse.


(Brigand Bandito Pohl & Ducarme,Parigi )

Nel 1805 Benincasa si presentò al preside de Filippis che lo chiuse nella prigione di Cotrone. Una sua druda detta Masa gli diede la vita sostenendolo a sue spese facendolo evadere dalle dette prigioni. Questa donna qualche tempo dopo in ricompensa ricevé la morte dallo snaturato suo amante.
Nel 1806 dopo la battaglia di Sant'Eufemia alla testa di tremila briganti invase San Biaggio massacrò il primo proprietario Antonio Cataldi e saccheggiò la sua proprietà indi passò in Nicastro dove assalì le prigioni ed uccise don Domenico Batera e il signore Marchesano di Catanzaro ed altri partigiani dei francesi, si chiuse nell'Amantea coi suoi briganti dove fu ferito dalle truppe francesi con un colpo di mitraglia, egli da colà ferito, ritornò a rinselvarsi nel bosco di Sant'Eufemia, dove si guarì e fu di nuovo il terrore della provincia. Sorprese più volte i posti avanzati delle guarnigioni francesi di S. Biaggio, Nicastro, Maida e dei paesi del golfo, prese moltissimi soldati che facea morire con orrendissime sevizie. Dodici infelici del reggimento di linea francese furono da lui inchiodati agli alberi di Sant'Eufemia e furono trovati in tale posizione col membro virile reciso e posto nella di loro bocca; tutti i soldati che in quell'epoca isolati che transitavano da Nicastro a Monteleone erano sicuri di perire, tutti i giorni si trovavano dei cadaveri mutilati or sulle strade ed or fra i boschi. Dentro il casino del barone Nicotera circondò una compagnia di polacchi, e dopo di aver posto nelle fiamme il detto casino incendiò la mettà della detta compagnia, e massacrò altra mettà. Uccise il signor Antonio Grassi e molte altre persone omesse, delle quali non si ricordano i nomi, impose delle contribuzioni sulle terre dei proprietari del golfo di Sant'Eufemia e diede la morte a tutti coloro che si rifiutarono pagargli il chiesto tributo.
Nel 1809 nel tempo della spedizione marittima del generale Stuart inchiodò i cannoni della batteria di Caposevero e bruciò il telegrafo, fece morire a colpi di stile don Pietro Tucci cancelliere del Comune di S. Biaggio, massacrò nel bosco del Carra tre famiglie abitanti di Nicastro, mutilò molte centinaia di persone ed arrivò finalmente a proibire i lavori della campagna tagliando il naso a qualunque contadino che si portava nella medesima per travagliare, arrestò molti corrieri, e spesso con la morte dei Cacciatori a cavallo che scortavano il corriere nel bosco impenetrabile di Sant'Eufemia, fu gravissimamente ferito in tale affare il capitano Mottembre del reggimento di Hisembourg che era andato corpo a corpo con lo scellerato Benincasa il quale fu forzato lasciargli il suo cappotto, e la sua giumenta; il sergente ed un soldato della compagnia di detto uffziale furono uccisi in tale attacco.
II giorno 26 ottobre l'aiutante generale Iannelli chiuse i scellerati dentro il bosco suddetto che fu investito da tutti i punti dalle truppe e dalle cariche da lui comandate in persona.
Il giorno 27 Parafante con la sua comitiva scese dalla Sila per liberare il suo alleato Benincasa e si avanzò fino al bosco di S. Raimonda, sette miglia distante da quel di Sant'Eufemia, 1'ajutante generale Iannelli lasciò lo sbocco a questo ultimo, e spinse tre colonne verso S. Raimonda, quali fugarono il temerario Parafante, nei giorni 31 ottobre, e 2 novembre la banda di Benincasa fu interamente distrutta nel suo stesso riparo ; tre morirono dalla fame. Raffaele Berti tratteneva un commercio attivo cogl'Inglesi nei luoghi detti la Torre del Bastione, la murata e la marina di Nocera, più volte egli suddetto andava fra i bastimenti inglesi e spesso andò e ritornò dalla Sicilia.
La notte dei 23-24 ottobre 1809 con tutta la sua banda entrò nel comune di S. Biaggio circondò la casa dei signori Cataldi di cui abbiamo parlato e che fu da lui trucidato, prese figli Cataldi dopo di avere interamente saccheggiato la casa li portò alle porte dell'abitato ed ivi recise le teste, appese per li piedi i cadaveri stillanti di sangue ad un albero di ulivo; non sazio di tanta crudeltà fece pugnalare i cadaveri d'infiniti colpi di stile.
Fu incaricato l'aiutante generale Iannelli di marciare contro tale ribaldo e di punire tanta baldanza; partì il suddetto ufficiale da Maida dopo di avere riunite delle truppe il giorno 25 ottobre; l'atteso giorno, sulle alture di Gizzeria, incontrò lo scellerato con la sua formidabile banda e lo forzò a fuggire nel bosco. Berti, i fratelli Isombettieri, Ierminella, Domenico Salerno, Piedilagatto, Francesco Molfetto, Domenico d'Ambrosio detto il Muscato, furono massacrati con altri 33 colle armi alla mano, 16o furono presi ed inviati a Napoli il giorno 25 gennaio 1810. La moglie di Benincasa fu ancora presa, riuscì a scappare il solo Benincasa, Moncada, Saverio Fabiani, i quali si preoccuparono della loro conservazione che al brigantare; per più mesi furono nascosti nella provincia Citra e si perdé financo il nome Benincasa. Il giorno 29 gennaro 1810 per negligenza della scorta che li accompagnava fuggirono da Tarsia provincia Citra il famoso Russo ed altri 33 dei più famosi e crudeli compagni di Benincasa e ritornando ai loro antichi ripari, si riunirono al loro capo che si mostrò di nuovo in campagna.
II giorno 24 febbraio 1810 le colonne dell'aiutante generale: Iannelli chiusero un'altra volta Benincasa nel bosco di Mancuso di Nocera, dopo un vivo attacco vi restò ucciso il calabrese Russo e li capi briganti Ronca e Vincenzo di Bartolo dei Conflenti, continuarono agli attacchi successivamente; e tutti i briganti perirono uno dopo l'altro, restò il solo Benincasa, e Saverio Fabiani li quali dopo una persecuzione non interrotta costretti dalla fame il giorno 14 marzo mangiarono la carne viva di un asino.
Finalmente il giorno 15 del detto mese furono circondati dal suddetto aiutante generale nello stretto di Veraldo presso il fiume Amato e dopo di un combattimento di più ore nel quale perirono quattro civici e tre furono feriti, il mostro Benincasa e il suo compagno vi lasciarono l'esecrabile vita; mori in età di anni 33 di cui 20 trascorsi da brigante. Fu l'assassino del signore Pingitore tenente della guardia civica di Carlopoli e di un tenente di gendarmeria reale in Serra Dipiro, massacro di più centinaia di francesi incontrati sulle pubbliche strade e che in diverse scontri si trovarono distaccati dai loro corpi, uccise molti pacifici abitanti spacciati in un giorno di festa nella chiesa di Decollatura, ed infine la morte di tutti gli infelici che capitavano nelle di lui mani, gli animali stessi nemmeno andavano esenti dal furore di un tal mostro, poiché in diversi rincontri dava la morte per il piacere ai cavalli e a bestiami di ogni genere, si vantava delle ingenti concessioni di tutti i proprietari del golfo Calabro; conducea con se due grossi cani e prendea diletto far divorare gli uomini vivi dai medesimi. Un giorno s'incontrò con due fratelli che per loro affari si conducevano da un sito ad un altro ed avendoli arrestati osservò che uno di essi avea le chiome tosate e l'altro le conservava legate in codino, diede la libertà a quest'ultimo.

(1)Tratto dal libro di Attanasio Mozzillo -Cronache della Calabria in Guerra - Edizione scentifiche-anno 1973, Cap. "Note essenziali sulle vite dei famosi capi briganti delle Calabrie", pp 1075/1078; ( Lorenzo Benincasa) Il manoscritto è conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi (Mns.,Fonds italiens, 1124, fasc. 10 ] Ne è l’autore il generale Iannelli, chiamato a reprimere il brigantaggio durante gli anni 1810-1811 nella zona di S.Eufemia, al tempo di Manhès. ff.3-9 .

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“Le ragioni dei vinti”

Nota di G.Ruberto

Dopo la dettagliata cronistoria sulla vita del brigante Lorenzo Benincasa,pubblichiamo una serie di documenti poco conosciuti al fine di delineare il profilo storico che vide protagonista il brigantaggio e l'esercito d'occupazione francese. Abbiamo tracciato una sorta “paria facere cum aliquo ” per dare spazio all'altra faccia della medaglia raccontata dal Jannelli. Tra i documenti filoborbonici-proBrigantaggio che ci sembrano più diretti ed efficaci per deliniare la politica francese abbiamo scelto la testimonianza del Duca di Lauria il quale sosteva : “ di non poter reprimere il suo sdegno per i metodi del terrore e del ricatto che furono del Jannelli e del Manhès gli strumenti micidiali.

 

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Il Generale francese Carlo Antonio Menhès

 

Dichiarazione sugli eventi causati dal regime francese in Calabria

Il Duca di Lauria

“ Quasi non bastasse il sangue sparso tra' Calabresi e Francesi, si volle il sangue tra Calabresi e Calabresi versato. A ciò le barbare leggi, più barbari assai gli esecutori. Spogliavansi ora gli altari, ed ora preci si comandavan ad dei inni per vittorie straniere. Ora negarsi i conforti della religione a' condannati, ora chiudersi le chiese e costringer gli abitanti a correr contro a' banditi. Disarmarsi ora gli abitanti, ora spingerli a perseguitare e com­battere; ora straziarli e denudarli, ed ora chieder tributi e temperanza cittadina.

Di qual ferino animo fossero i generali Manhès, Jannelli ed alcuni altri, ma vinti da que' due in barbarie, non è da ricordare. Quali fossero i loro atti iniqui e ferocissimi, il narrarlo partita mente non so se più biasmo che tedio mi arrecherebbe. Massimi orrori ad udirsi, massime vergognose a registrarsi. Armate da schifosi tirannelli, nel dominar le intere popolazioni spinte contro ai banditi. Senza differenza di grado, di condizione, di età, tutti, al suon delle campane a stormo, usciano armati. Erano popolazioni per rupi e boscaglie perseguitanti, banditi per quei selvaggi luoghi perseguitati. Chiusi gli armentí per sanguinosi edítti, il commercio colle campagne vietato, le terre abbandonate e deserte.

Una miseria, un lutto, uno squallore che in niun conquistato paese fu l'eguale giammai. Or un padre di squallida e numerosa famiglia tratto all'istante a morte. Nel suo zaino si erano trovati alcuni grappoli d'uva ed alimento ai banditi si giudicavano. Ora una madre che, ignara del bando, por­tava il giornaliero vitto al figliuolo, lavorante ne' campi. Ora un fanciullo che il recava al padre, poco discosto dalla città. Un prete nel mentre ministrava il pane di misericordia, un sacerdote mentre recava il viatico, senza metter dimora, militarmente uccisi.

Affrettava Manhès cagioni a far uccidere. Quando alla scoperta non v'erano, o non ardiva, alle frodi si volgeva. Profferse pubblico perdono, e buon proceder sarebbe stato a spegner ogni seme di banditi. Al suono delle dolci parole si calavano molti, non sospettando. Ricevuti benignamente, tra la stolta sicurezza di loro sommissione, colti all'improvviso e fatti a pezzi. Taluni introdotti armati nel suo palazzo, erano ricevuti nel perdono, al quale con arte taluna volta alcun danaro si aggiungea. Spogliate poi le armi, uscivano dalla parte opposta, ove da celati sgherri erano assaliti e gettati in profonde carceri. Non permetteva che alcun entrasse nei recessi di sua casa, alcun che se gli avvicinasse.

Pure alcuni, stimati fautori dei banditi, trasse a convito, e poscia dopo i banchetti furono morti. Orribili fatti che l'età nostra vide, ed alla posterità celati si speravano. Con questa fede il Manhès ed il Jannelli adombravano le intenzioni ed appianar voleano le vie della buona concordia. Gli aderenti ai Francesi a queste enormezze ed iniqui atti aiutavano. Per arbitrio o perfide vendette registravano gl'innocenti negli allestimenti del fuoribando. L'assenza di pochi dì dalla terra natale bastava. Ignari delle leggi e del fatto, d'esser rei s'accorgevano al momento della pena. Non assistiti da alcun patrocinio, venivano moschettati. I fatti scellerati si susseguivano rapidamente, ed a tutte le condizioni si allargavano.

Talarico di Carlopoli, capitano di milizie, accusato da un facinoroso, senza altro indizio o riguardo ai suoi servizi, era moschettato. Lui, aderente ai Francesi, dissero che era in corrispondenza col Parafanti e colla Sicilia. Compassionarono tutti alla misera sorte del giovane, ché non vi erano prove; o se furono, derivarono da iniqua malizia. Molte infelici donne violentemente rapite dai banditi a menar vita selvaggia, quando venivano catturate, erano messe crudelmente a morte. I congiunti degli uni e delle altre ristretti in anguste e malsane prigioni. Pestilenziali malattie poco dopo ad essi si appiccicavano, e sì erano spenti. Molti imprigionati così di stenti estremi perivano. A' moribondi negati i conforti della religione. Uccisi in terra, disperar dovean del cielo.I banditi, cui la carceri non uccideva, furono condannati al supplizio. A queste sanguinose tragedie si aggiungevano fantastiche ed orribili forme e rappresentazioni. Posti in lunghe file, cavalcando asini in isconce maniere, con berretti dipinti a fiamme, menati in trionfo dal carnefice. E perché nulla mancasse in sì nemico tem­po a questa rabbia. Preso appena talun bandito fu con un chiodo alla gola conficcato ad un albero. Ad altro distillato olio bollente sulle piaghe, a questo lacerate con ferri, a quello con nerbi le carni. I governanti poi comandavano ad intervalli le esecuzioni, per­ché a duraturo spavento servissero. Orride le strade da Reggio a Castrovillari per teschi di uccisi affissi a' pali. Come il delitto, perdeva così la morte il suo orrore. Con quei teschi vidersi scher­zar i fanciulli nei campi ed esserne incuorati ed applauditi. Tanto le menti eran use a spettacoli di sangue. E per lunga pezza cada­veri bruttamente sformati pendetter da' tristi rami ludibrio dei venti.

Taglieggiati, angariati gli abitanti se alla persecuzione dei banditi non concorressero; mentre i banditi i campi dei perseguenti bru­ciavano. Ma più la desolazione si allargava e più dalla fame erano straziati. Cacciati dallo spavento e dalla mala coscienza, con non meno orribili atti si vendicavano. Ferro a ferro, fuoco a fuoco, ferocia a ferocia opponevano. Si cibavano lungamente degli ani­mali più schifi; i più venivano meno di stenti nelle selve. I superstiti, aggirandosi con occhi infossati e torvi, vendevano caro l'avanzo della loro misera vita. Colto Beníncasa,che infestato aveva i dintorni di Nicastro, si difendeva contro un centinaio di Francesi e legionari. Ferito, si curvò a baciar il solo compagno di sua fortuna mortogli a fianco, e, poi cadde. Altri volevano attraversare le acque ingrossate dell'Angitola. Assaliti, si difendevano disperatamente; ma venute meno per la stanchezza le forze, si aiutavano l'un l'altro.

Strane furono le maniere di morte di altri. Chi, mancate le munizioni, dava fuoco al pagliaio, in cui si era difeso; chi fa­cendo saltar in aria vecchia torre, chi di fame in abbandonati casali, chi precipitandosi dalle rupi. Costretti alcuni dalla rabbia patriota di servir da carnefice l'un all'altro, si rifiutavano con orrore. Ciascun di per sé si slanciava e davanti la morte. I più facendo atti e pronunciando festevoli motti. Del che, nel dì precedente alla morte, in favor di loro congiunti o loro donne facendo scommesse. Impossibile il narrar tutti gli atti o detti di tal natura. E spiace­vole a me ed agli altri sarei a raccontar tanti e somiglianti casi, atroci tutti e continui. Ma essendo i più feroci banditi, difensori di niuna causa che legittima fosse, degni di supplizio e non di pietà, altro sentimento non destavano che di stupore” (….)

 

La testimonianza del Duca di Lauria e tratta dal libro "Cronache della Calabria in guerra" di Atanasio Mozzillo,p881, edito da Scentifiche Italiana,1972



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